Periodicamente, nelle grandi città italiane, si riaccende il malcontento e la contestazione per le condizioni di decoro delle aree urbane, per il degrado, e per la precaria situazione della sicurezza nelle strade, in particolare riguardo alla microcriminalità e la vendita di sostanze stupefacenti.
C’è spesso uno sterile scambio di vedute contrapposte riguardo alla cosiddetta “percezione” di insicurezza, con opposti schieramenti che sfruttano in modo opportunistico questo dato soggettivo, il cui limite intrinseco di parzialità viene usato in modo manipolatorio per proiettare una immagine distorta dei fatti nella loro generalità, da parte sia di coloro che quella “percezione” intendono trasformarla in realtà oggettiva, sia di chi invece vuole minimizzarla riducendola a costruzione immaginifica.
Sorvoliamo sulle questioni riguardanti i disordini di piazza durante le recenti manifestazioni, che esulano dal contesto quotidiano della sicurezza nel territorio di una città, e sul fatto che, secondo le statistiche fornite dalle agenzie di rilevazione ufficiale, i reati predatori, e alcuni dei reati violenti sono sensibilmente diminuiti nell’ultimo decennio, mentre le denunce per vendita di sostanze stupefacenti si è mantenuta stabile negli ultimi cinque anni.
Nel corso dell’ultimo anno e mezzo a Genova si è gradualmente sollevata una ondata di opinione pubblica che ha manifestato un profondo malcontento e una decisa contestazione per le condizioni di alcune zone della città, alla percezione dei cittadini apparentemente abbandonati a se stessi, in balia di bande criminali e spacciatori, assediate da persone sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, in particolare il crack, che dormono per strada. Allo stesso tempo però, pubblicazioni come il New York Times, all’inizio di giugno, e il Wall Street Journal, alla fine di agosto, hanno indicato Genova, nei loro inserti di viaggio per benestanti, come una meta irrinunciabile se si visita l’Italia.
Nonostante le tante lamentele sulla sicurezza, in particolare durante la notte e nel centro storico, comunque non si registrano reati violenti in misura significativa, e l’attenzione sia della cittadinanza che dei mezzi di informazione si è concentrata in modo assiduo sul traffico, la vendita, e il consumo di sostanze stupefacenti, con occasionale attenzione ad episodi di risse tra persone in stato di ebbrezza, schiamazzi notturni, taccheggio, o piccoli furti.
Dipinta a fosche tinte dalle numerose testate giornalistiche locali, oltre che dalla redazione locale del telegiornale regionale trasmesso su Rai3, la situazione della sicurezza a Genova è stata sollevata con sempre maggiore insistenza, in solido ad una insistente campagna rivolta contro gli immigrati, in particolare i minori non accompagnati, da numerosi comitati di quartiere, che si dichiarano “apolitici” o “apartitici”.
Spesso però, questi comitati rientrano nell’orbita di uno o l’altro partito, che si tratti di centro-destra o centro-sinistra, come dimostra il caso di “Genova Insicura”, promosso da Roberto Savastano in quota Fratelli d’Italia: che così sia poi basti il fatto che, nel corso dell’estate appena passata, ad una di queste manifestazioni, svoltasi a Sestri Ponente, a cui “Genova Insicura” ha partecipato come traino, si è unito addirittura Matteo Rosso, deputato di FdI, che ha sfilato in cima al corteo al grido di “remigrazione”.
Tale appare la situazione che, pochi giorni fa, addirittura il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha fatto visita al capoluogo ligure per una riunione con il Prefetto e la Sindaca Silvia Salis, dopo che quest’ultima aveva partecipato ad un incontro tenuto al Ministero appositamente sulla questione della sicurezza qualche settimana prima. Una situazione che viene percepita come inaudita e che sembra tenere in ostaggio l’intera città a giudicare dai resoconti degli organi di stampa.
Ma è proprio il Secolo XIX a ricordare ai suoi lettori come, nel luglio del 1993, ben più di trent’anni fa, si scateni per tre giorni e notti un furibondo disordine con caccia agli immigrati, a partire da notizie mai confermate di aggressioni da parte di extracomunitari. La scintilla si diffonde sullo sfondo del fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti. Così come nell’anno passato, numerosi comitati di cittadini si costituiscono sull’onda degli eventi, molto più gravi e rilevanti di qualsiasi evento successo dall’inizio del 2025 a oggi.
Durante quelle giornate del 1993 vengono esplosi anche numerosi colpi di pistola: i denunciati sono centinaia, l’allora Capo della Polizia Arturo Parisi parla di “guerra tra bande di spacciatori”, e tra scorribande di malavita italiana e africana, e estremisti ultrà e bande fasciste, alcune centinaia di uomini dei reparti interforze giungono a presidiare la città per prevenire ulteriori scontri. Una situazione del genere si ripeterà nel 1995, e ancora nel 1996, e altre volte nel corso degli anni che ci separano da allora. Né d’altronde il traffico all’ingrosso o la vendita al dettaglio degli stupefacenti si è mai interrotto o diminuito, così come le attività della malavita organizzata.
Nessuna politica adottata dai governi negli ultimi trent’anni ha inciso in alcuna misura sulle attività illegali delle organizzazioni che rendono possibile il mercato degli stupefacenti, né sulle dimensioni di queste attività o del gruppo sociale dal quale tali organizzazioni tendono a reclutare gli individui a cui è assegnato il compito di diffondere le sostanze in questione, cioè persone ai margini della società, le cui condizioni economiche e sociali sono tali da offrire loro come unica prospettiva di sostentamento il coinvolgimento in queste attività.
Non solo, non c’è alcuna volontà politica di risolvere questo problema, poiché la sua stessa esistenza è uno strumento di grande efficacia per il controllo dell’opinione pubblica e per determinarne l’orientamento politico, aizzando con argomenti speciosi una parte contro l’altra, mentre la città rimane nelle mani di pochi capitalisti che ne fanno uso come di una loro proprietà.
Il traffico di stupefacenti e la questione della sicurezza nelle città, in particolare come Genova, città di mare, porto commerciale principale del paese e in espansione, non si riduce ad una questione di amministrazione locale, come vorrebbero far credere oggi alcune forze politiche che attribuiscono alla presente giunta lo stato degradato e insicuro della città – come se si potesse dire che quella precedente, sotto la guida di Marco Bucci, associato di centro-destra, avesse fatto meglio, portando Genova ad essere la 10° città meno sicura d’Italia nel 2024 – ma risente della più ampia dinamica internazionale che costituisce la filiera della produzione, trasferimento, e distribuzione delle sostanze stupefacenti, sulla quale nessuna amministrazione comunale può avere alcuna influenza.
Se d’altronde, come dimostra Douglas Valentine nel suo imprescindibile “The CIA as organized crime: how covert operations corrupt America and the world”, il traffico degli stupefacenti nel mondo si può mantenere nelle dimensioni di economia di scala intercontinentale, la ragione non è semplicemente per l’astuzia delle mafie europee o di altri continenti, o per l’incapacità o la scarsità delle risorse a disposizione delle, cosiddette, forze dell’ordine.
Come è ben documentato da numerosi studi infatti –si veda per esempio Alfred McCoy, “The politics of heroin: CIA complicity in the global drug trade”, oppure Peter Dale Scott e Jonathan Marshall, “Cocaine politics: drugs, armies and the CIA in Central America”– è ormai provato che la CIA è coinvolta in modo determinante nel favorire ed agevolare la produzione, il trasporto, e lo smercio delle sostanze stupefacenti nei paesi nei quali è attiva, cioè più o meno tutti, in particolare l’Italia ovviamente, che subisce da ottant’anni l’occupazione militare USA diretta, sebbene discreta.
Lo scopo di queste attività della CIA è duplice: da una parte la circolazione e la diffusione delle sostanze stupefacenti – in particolare la cocaina e il suo derivato conosciuto come “crack” – è uno strumento di destabilizzazione degli Stati ma ancor più di distruzione del tessuto sociale in certi gruppi bersaglio, in particolare le minoranze nelle quali si creano dinamiche distruttive, e contro cui si possono poi alimentare forme di odio sociale che possono essere utilizzate come grimaldello per l’introduzione di misure sempre più autoritarie di governo del territorio.
Si tratta della procedura del cosiddetto “Programma Fenice”, adottato dalla CIA in Vietnam durante la guerra dei tardi anni ‘60 del secolo scorso, e cioè della politica di “pacificazione” del paese, la cui direttiva era espressa con la metafora dei pesci e dell’acqua: l’infrastruttura dei Vietcong era come l’acqua in cui i pesci, i Vietcong, potevano nuotare senza correre rischi, dunque bisognava prosciugare quell’acqua.
È quello che, fatte le debite proporzioni, sembra avviarsi ad accadere anche dalle nostre parti, se la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, nel febbraio di quest’anno usava proprio quella metafora per parlare delle manifestazioni (l’acqua) in cui si infiltrano dei violenti (i pesci). L’infrastruttura dei Vietcong, però, era composta da civili, cosicché l’operazione della CIA si risolveva in rapimenti, torture, minacce, estorsioni, massacri indiscriminati di civili.
Dall’altra parte invece, la CIA, proteggendo determinate catene di approvvigionamento delle sostanze stupefacenti, e costruendo artatamente cartelli antagonisti a quelle da essa autorizzate – giacché come mostra sempre Valentine nei suoi “The strength of the wolf” e “The strength of the pack” (la CIA) ha da decenni infiltrato la Drug Enforcement Administration (DEA) controllandola completamente in modo da garantirsi che le sue indagini si dirigano nella direzione che la CIA vuole –
si costruisce l’opportunità di garantirsi un flusso continuo di fondi che riempiano la sua borsa nera per finanziare le sue attività illegali, cioè tutte, e fornisce alle forze dell’ordine del paese in questione la possibilità di mostrare dei risultati nell’opera di contrasto al traffico di stupefacenti e alla malavita organizzata.
Quando, dunque, vediamo pubblicizzati grossi sequestri, come succede qui a Genova, dove nel solo 2026 sono state intercettate nel terminal container oltre 2 tonnellate di cocaina, tra cui una spedizione da oltre 700 chilogrammi e una, recentemente, da quasi 200, si può stare relativamente sicuri che queste operazioni risultano non da un’attività di indagine pregressa, né da una casuale scoperta in seguito ad un normale controllo; rimane d’altronde poco convincente che in un terminal con forse simultaneamente 12,000 container si sia casualmente controllato proprio quello che conteneva lo stupefacente.
L’informazione arriva tramite l’uomo della CIA infiltrato nel cartello che ha spedito la sostanza, che informa un suo contatto, che a sua volta informa un altro contatto, che informa ancora qualcun altro che infine informa la CIA tramite un altro contatto ancora di cui non conosce il vero nome. Il primo principio su cui infatti l’attività della CIA si fonda è la “negazione plausibile” di quella stessa attività: deve sempre essere possibile negare che la CIA sia coinvolta, altrimenti l’operazione non verrà eseguita. Costui riferirà ai suoi superiori, e istruirà le sezioni locali dell’agenzia di fare filtrare la notizia e le informazioni necessarie a provvedere al sequestro.
È ben difficile così anche solo cominciare ad affrontare il problema della sicurezza nelle grandi città, che si presenta come eterno dilemma nelle condizioni di soggezione che l’Italia intera si trova nei confronti della potenza statunitense. Si può tuttavia senz’altro lavorare per mitigarne l’impatto, e cioè prosciugare noi stessi l’acqua in cui sguazzano i pesci che hanno tutto da guadagnare dal mantenere le città in condizioni di sicurezza precaria e dal traffico di stupefacenti, ed ossia, lavorare per fare sì che siano sempre meno, e sempre meno motivati ad arrendersi a tale alternativa, coloro i quali (l’acqua) si trovano nelle condizioni per cui possono essere facilmente attirati a fare da manovalanza per le organizzazioni criminali (i pesci), come la CIA.
In altre parole il problema della sicurezza non si risolve con l’esercito per le strade o con più armi alla polizia, militarizzandola, né con profluvi di nuovi reati o strette securitarie, quanto piuttosto eliminando le condizioni che lasciano terreno fertile all’opera destabilizzatrice di queste organizzazioni, e quindi migliorando il tenore di vita di tutta la popolazione, offrendo a tutti una prospettiva per il proprio futuro e per il proprio lavoro.
Nanni Marcenaro
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