• 27 Ottobre 2026 16:15

Il miracolo brasiliano

Dibasnews

Ott 27, 2026

Flavio Bolsonaro, figlio di Jair l’ex presidente, è stato a suo tempo presidente della commissione parlamentare sulla pianificazione familiare. E mai una carica è stata così indicativa della sua carriera fatta completamente all’ombra del padre, secondo quelle tentazioni dinastiche che rivela in qualche modo  le piaghe di una democrazia calante e in balia di chi gestisce il denaro. Personaggio non senza ombre, essendo implicato in almeno due inchieste sulla corruzione, è stato sparato come proiettile di riserva della destra brasiliana la cui specifica caratteristica peculiare è quella di essere fedelissima al grande padrone del Nord, il quale è generoso con i suoi servitori e avarissimo, anzi cinico con le popolazioni. Comincio con Bolsonaro junior (che per chi non lo sappia – e pare siano molti –  è una parola latina, non inglese) perché la caratteristica di queste elezioni è stata quella di dare per scontate la vittoria del pargolo e di considerare Lula già spacciato. Infatti tutto il meccanismo mediatico era  al servizio di don Flavio e non solo, anche un certo meccanismo militareggiante che durante le votazioni ha impedito l’ingresso ai seggi, ha fatto saltare voli e trasporti pubblici soprattutto nelle aree favorevoli a Lula, tanto che la Corte suprema ha dovuto prolungare di due ore la chiusura dei seggi per garantire il diritto al voto. Insomma sono state messe in moto tutte le note tattiche delle oligarchie per svuotare il voto popolare.

Tutto insomma era contro Lula: le tentazioni neo monroiane di Trump,  il tecnofeudalesimo della Silicon Valley,  messo in atto soprattutto  da Meta, Wall Street, le lobby sioniste, demenze evangeliche,  oltre ovviamente alle vecchie élite reazionarie interne decise a trasformare il Brasile in una colonia estrattivista a beneficio di Washington. Avendo perso, come di rito, adesso si dice che le elezioni sono state truccate, succede sempre così, è uno spettacolo tanto indecente quanto ripetitivo. Ma  in questo caso le recriminazioni hanno le gambe corte: il prolungamento degli orari di apertura dei seggi era stato chiesto da entrambe le parti e questo smentisce completamente le affermazioni dei bolsonari legati al movimento Maga. Ma i brasiliani hanno vinto: al secondo turno, Lula ha aumentato il suo totale di voti di oltre 10,1 milioni, mentre Bolsonaro ne ha ottenuti solo 3,6 milioni in più. A ciò si aggiunge un dato che fa pensare: ci sono state oltre 1,8 milioni di schede nulle in meno rispetto al primo turno, e la stragrande maggioranza è andata a Lula.

La campagna elettorale del presidente uscente ha messo in atto una seria strategia di autocorrezione: invece di concentrarsi sul passato – sui risultati concreti del suo governo – ha iniziato a parlare della drammatica realtà presente: le condizioni economiche delle famiglie; gli enormi livelli di indebitamento; il costo della vita; gli stipendi; e ha persino avanzato proposte concrete per i prossimi quattro anni. La campagna di mobilitazione digitale è stata uno spettacolo da non perdere, con tanto di arma letale scatenata su WhatsApp: il canale “Lula’s Army”, che è passato da circa 50.000 follower a ben 10 milioni in meno di tre settimane, una vera e propria fanteria digitale. Guidata dal neoeletto deputato André Janones, la campagna ha dimostrato come Lula abbia sconfitto l’egemone tecnofeudale Meta sul suo stesso terreno: questa strategia entrerà  negli annali della scienza politica. Certo, parte della sconfitta è stata propiziata dallo stesso Bolsonaro, la cui sconcertante incompetenza, arroganza e ignoranza lo hanno reso improbabile come candidato moderato e di centro: il culmine si è avuto durante l’ultimo, cruciale dibattito quando Bolsonaro, in diretta, di fronte all’intera nazione e a milioni di elettori indecisi, ha chiamato Lula “le 9 dita”, deridendo la sua disabilità fisica. E si è sentito rispondere, per le rime: il presidente uscente ha ricordato di aver perso il mignolo a 19 anni in una pressa per la lavorazione dei metalli, vittima della precarietà e della mancanza di sicurezza che milioni di lavoratori in Brasile subiscono: “Una situazione ben diversa dalla tua, Bolsonaro, che non hai mai lavorato”. Colpito e affondato. Del resto la migliore definizione di Lula l’ha data a suo tempo Fidel Castro: “Non è mai stato un estremista di sinistra, né è asceso allo status di rivoluzionario per posizioni filosofiche, bensì per quelle di un lavoratore di umili origini e di fede cristiana, che ha lavorato duramente creando plusvalore per gli altri”.

Comunque governare il Brasile sarà un’impresa titanica: il Senato (81 seggi) è controllato dall’estrema destra (48 seggi): una maggioranza assoluta. In Parlamento, l’estrema destra detiene 303 seggi (ben al di sopra della maggioranza di 257), il centro 86 e la sinistra solo 124. Qualsiasi riforma, bilancio o legge si scontrerà con un muro di ferro. Un nido di vipere al servizio di Washington. Lula ormai ottantenne, sa che Trump, qualunque sia l’esito delle elezioni di metà mandato americane della prossima settimana, intensificherà le sanzioni e/o i dazi contro il Brasile e continuerà a usare ogni mezzo possibile, lanciando operazioni sporche per destabilizzare il Paese. La CIA e il Deep State sono profondamente radicati nella realtà brasiliana e in grado di scatenare un arsenale illimitato di sotterfugi. Insomma lo scontro con l’asse reazionario  evangelico – sionista, iper capitalista anglo americano sarà totale. E spero che nei Brics, di cui il Brasile è parte importante nel continente americano, si rendano conto di dovergli dare più di una mano, perché se Flavio Bolsonaro è il perfetto cretino del capitale, tutta la macchina dietro di lui non si arrenderà.

fonte:

Di basnews

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