• 24 Settembre 2026 13:18

La teologia economica di Papa Leone XIV

Dibasnews

Set 19, 2026

Ho volutamente lasciato trascorrere del tempo prima di proporre una riflessione sulla Magnifica Humanitas di Leone XIV. Non per disinteresse, ma per una scelta precisa. Ho preferito attendere che si esaurisse quello che definirei lo sfogatoio mainstream seguito alla pubblicazione dell’Enciclica: il susseguirsi immediato di commenti, interpretazioni, semplificazioni e prese di posizione che accompagna ormai ogni documento destinato ad avere una significativa risonanza pubblica. In questi casi il rischio è che la necessità di commentare prevalga su quella di comprendere e che un testo complesso venga rapidamente ricondotto alle categorie già disponibili nel dibattito pubblico. Un’Enciclica, invece, richiede tempo. Richiede di essere letta, riletta e, soprattutto, osservata alla luce dei processi reali che attraversano la società. C’è poi una seconda ragione, forse ancora più importante, che mi induce a tornarvi oggi. Il contesto nel quale viviamo è segnato dalla guerra, dall’incertezza economica e da difficoltà che incidono direttamente sulla vita quotidiana. Famiglie e imprese si confrontano con costi crescenti, fragilità economiche e una generale difficoltà nel costruire prospettive per il futuro. Le trasformazioni tecnologiche, a partire dall’intelligenza artificiale, aggiungono ulteriori interrogativi sul lavoro, sulla distribuzione della ricchezza e sulla tenuta delle relazioni sociali. È proprio in un momento come questo che riportare l’attenzione sulla Magnifica Humanitas può essere utile. Non tanto per cercarvi risposte contingenti ai singoli problemi economici, quanto perché l’Enciclica pone una domanda che viene prima delle possibili soluzioni: quale idea dell’uomo e della società deve orientare le nostre scelte economiche? Riletta fuori dall’immediatezza del dibattito che ne ha accompagnato la pubblicazione, la Magnifica Humanitas mi sembra infatti contenere qualcosa di più di una riflessione sull’intelligenza artificiale, sul lavoro o sulle trasformazioni tecnologiche. Mi sembra delineare un criterio attraverso il quale leggere l’economia stessa e il posto che essa deve occupare nella società. È da questa considerazione che nasce la riflessione che segue. 

In linea di massima siamo abituati a parlare di teologia politica, vale a dire del rapporto che lega le categorie politiche a quelle teologiche. Il riferimento inevitabile è Carl Schmitt, secondo il quale i concetti fondamentali della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati. Meno consueto è parlare di teologia economica. Eppure la categoria non è del tutto estranea alla riflessione contemporanea. Giorgio Agamben, in particolare ne Il Regno e la Gloria, ha indagato la genealogia teologica dell’economia e del governo, risalendo al significato originario dell’oikonomia e al suo ruolo nella tradizione cristiana. La lettura della Magnifica Humanitas di Leone XIV suggerisce, tuttavia, una diversa possibilità di intendere la teologia economica: non soltanto ricercare l’origine teologica di determinate categorie economiche, ma interrogarsi sulle conseguenze economiche che discendono da una precisa concezione teologica dell’uomo. È in questo senso che ritengo possibile parlare di una teologia economica di Leone XIV. 

Per comprendere questa affermazione occorre necessariamente prendere le mosse dall’introduzione dell’Enciclica. Scrive Leone XIV: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». Fin dalle prime righe viene posto, in modo chiaro e radicale, il tema dell’umanità come creazione di Dio. È questo il fondamento sul quale si sviluppa l’intera riflessione successiva. L’orizzonte è quello della costruzione di una città nella quale Dio e l’umanità possano abitare insieme. Ma tale costruzione non può prescindere dalle forme concrete attraverso le quali gli uomini organizzano la società, il lavoro, la produzione e la distribuzione della ricchezza. È precisamente in questo passaggio che la teologia incontra l’economia. Negli ultimi tre o quattro decenni abbiamo assistito, al contrario, a un progressivo rovesciamento del rapporto tra economia, società e politica. L’economia ha assunto una posizione sempre più egemone rispetto tanto alle relazioni sociali quanto a quelle politiche. La società è diventata sempre meno comunità e sempre più mercato; la politica, a sua volta, ha rischiato di ridursi a funzione regolatrice e normativa del mercato e degli interessi che in esso operano. La prospettiva indicata da Leone XIV sembra rovesciare questo paradigma: non è l’economia a stabilire ciò che è possibile per l’uomo, ma è una determinata concezione dell’uomo a stabilire ciò che può essere richiesto all’economia. 

Naturalmente, una riflessione di questo tipo non nasce con Leone XIV. Già con Papa Francesco era emersa con forza una riflessione sull’economia. Il 1° maggio 2019 Francesco convocò ad Assisi giovani economisti e imprenditori invitandoli a «dare un’anima all’economia di domani». Da quell’iniziativa nacque The Economy of Francesco. Questa esperienza ha trovato importanti punti di contatto con la tradizione dell’economia civile, sulla quale hanno lavorato, tra gli altri, Luigino Bruni, Stefano Zamagni e Leonardo Becchetti. Le sue origini moderne possono essere ricondotte ad Antonio Genovesi e Giacinto Dragonetti, mentre radici ancora più lontane possono essere individuate nella Scolastica francescana. L’economia civile si distingue dalla tradizione della political economy perché attribuisce un valore centrale alla reciprocità, alle relazioni, alla fiducia e al bene comune. Si presenta quindi come una tradizione differente rispetto all’individualismo che ha caratterizzato una parte importante del pensiero economico moderno. Sarebbe tuttavia riduttivo identificare semplicemente la prospettiva di Leone XIV con l’economia civile. La questione posta dalla Magnifica Humanitas sembra più profonda: riguarda il criterio attraverso il quale giudicare l’economia stessa. L’economia civile può rappresentarne una possibile traduzione, ma il fondamento indicato dall’Enciclica precede qualsiasi specifico modello economico. 

Ed è qui che ritorna centrale il lavoro. Il tema attraversa la storia del cristianesimo fin dalle sue origini. È sufficiente ricordare la seconda Lettera ai Tessalonicesi di San Paolo. In un mondo classico nel quale il lavoro manuale era prevalentemente associato ai servi e agli schiavi, il cristianesimo contribuisce a restituirgli dignità. Da Sant’Agostino a San Benedetto da Norcia, fino alla grande stagione della dottrina sociale della Chiesa inaugurata dalla Rerum Novarum di Leone XIII e proseguita, in forme differenti, da Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, il lavoro costituisce un filo rosso che attraversa la storia della Chiesa. Il lavoro non possiede soltanto un valore economico. Non è semplicemente uno dei fattori della produzione. È espressione della persona, relazione con gli altri e partecipazione alla continuazione dell’opera creatrice. Il lavoro acquista così un significato che è contemporaneamente economico, sociale, politico e religioso. 

È a partire da questa concezione che può essere compreso anche il richiamo di Leone XIV al bene comune. Scrive il Papa: «È un’illusione pensare che basti cercare il proprio progresso per contribuire al bene di tutti, senza doversi realmente preoccupare degli altri». Il bene comune, prosegue Leone XIV, non coincide con la semplice somma dei beni individuali: dall’interdipendenza tra le persone nasce un «plus», una rete di bene sociale capace di superare e, nello stesso tempo, arricchire gli interessi dei singoli. È una concezione che mette radicalmente in discussione l’idea secondo la quale dalla sola ricerca dell’interesse individuale possa derivare automaticamente il bene collettivo. Centralità del lavoro e relazione tra le persone conducono così al recupero della comunità. 

Ed è proprio la centralità del lavoro a consentire di affrontare una delle questioni decisive del nostro tempo: l’innovazione tecnologica e, in particolare, l’intelligenza artificiale. La questione non consiste nel contrapporre l’uomo alla macchina né nel rifiutare l’innovazione. Il problema è stabilire secondo quale criterio debba essere valutato il progresso tecnologico. Se il criterio è esclusivamente quello del profitto e dell’efficienza, ogni innovazione capace di ridurre il costo del lavoro e aumentare la produttività sarà necessariamente considerata positiva. Ma se al centro viene posta la Magnifica Humanitas, il criterio cambia. Diventa allora necessario domandarsi quali conseguenze produca l’innovazione sulla persona, sul lavoro e sulla comunità. Chi beneficia dell’aumento di produttività generato dall’intelligenza artificiale? Chi ne sopporta i costi? Quali effetti produce la sostituzione del lavoro umano con le macchine? E soprattutto: può il profitto costituire l’unica misura attraverso la quale valutare tali trasformazioni? In questa prospettiva il mercato cessa di essere il criterio ultimo di valutazione dell’agire economico e torna a essere uno degli strumenti attraverso i quali vengono organizzate le relazioni economiche e sociali. Prima viene la Magnifica Humanitas. 

È questo, a mio parere, il punto dal quale è possibile cogliere fino in fondo il significato dell’Enciclica. Se il lavoro è relazione e partecipazione all’opera creatrice, esso rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali la persona entra in rapporto con gli altri e costruisce la comunità. Dopo il lavoro, dunque, emerge inevitabilmente il secondo grande tema della Magnifica Humanitas: la comunità. Il recupero della dimensione comunitaria diventa essenziale per affrontare le grandi trasformazioni del nostro tempo: l’intelligenza artificiale, le migrazioni, la transizione ecologica, le crescenti disuguaglianze. Sul tema delle migrazioni Leone XIV riprende un principio già presente nel magistero precedente: accanto al dovere dell’accoglienza deve essere riconosciuto anche il diritto a non emigrare, cioè la possibilità per ogni persona di vivere dignitosamente nella propria terra senza essere costretta dalla povertà, dalla guerra o dalla mancanza di prospettive ad abbandonarla. Lo stesso vale per la transizione ecologica. Con la Laudato si’ Papa Francesco aveva aperto una strada fondamentale, mostrando l’impossibilità di separare la questione ambientale da quella sociale. Leone XIV si colloca lungo questo cammino, ma le trasformazioni in corso rendono ancora più evidente un problema: ogni transizione produce costi e benefici e pone inevitabilmente la questione di come essi debbano essere distribuiti. Pensare di affrontare la transizione ecologica affidandosi esclusivamente ai meccanismi del mercato e alla logica del profitto rischia di rendere estremamente difficile la costruzione del consenso sociale necessario alla trasformazione. Se i costi vengono sopportati prevalentemente da alcuni mentre i benefici vengono concentrati nelle mani di altri, la transizione rischia di alimentare nuove disuguaglianze e nuovi conflitti. Per questo il tema della comunità non rappresenta un elemento accessorio della riflessione economica. Ne costituisce il presupposto. 

Lavoro e comunità conducono infine a un terzo concetto: il limite. È forse proprio questa la categoria attraverso la quale comprendere il significato più profondo della teologia economica di Leone XIV. La modernità economica e tecnologica ha progressivamente alimentato l’idea della possibilità di una crescita potenzialmente illimitata: della produzione, dei consumi, della capacità tecnologica, della trasformazione della natura e, oggi, persino delle capacità cognitive affidate alle macchine. La Magnifica Humanitas sembra ricordarci, invece, che esiste un limite che nessun calcolo economico può oltrepassare: la persona umana. Il limite non rappresenta necessariamente la negazione dello sviluppo. Al contrario, è ciò che permette di distinguere lo sviluppo dalla semplice crescita della potenza economica e tecnologica. Un’economia senza limite finisce per considerare tutto come mezzo: il lavoro, la natura, le relazioni e, infine, l’uomo stesso. La teologia economica di Leone XIV può essere allora letta come un tentativo di ricostruire una gerarchia che negli ultimi decenni si è progressivamente rovesciata: non l’uomo per l’economia, ma l’economia per l’uomo; non la comunità subordinata al mercato, ma il mercato inserito nella comunità; non la tecnologia come misura del possibile, ma la persona come misura del progresso. Lavoro, comunità e limite diventano così le tre categorie attraverso le quali ricondurre l’economia alla sua funzione originaria: essere uno strumento al servizio della vita umana e non il principio attraverso il quale attribuire valore alla vita stessa. 

È forse qui che la Magnifica Humanitas manifesta pienamente la propria natura di teologia economica. Se la teologia politica ha cercato di mostrare quanto di teologico sopravviva nelle categorie della politica moderna, Leone XIV sembra proporre il movimento inverso: partire da una concezione teologica della persona per interrogare l’economia, la tecnologia e la società. La domanda decisiva, allora, non è più soltanto quanto possiamo produrre, né quanto possiamo innovare, ma quale umanità vogliamo costruire attraverso ciò che produciamo e attraverso ciò che innoviamo. È questa domanda a riportare l’economia dentro la Magnifica Humanitas.  

Gerado Lisco

fonte:

Di basnews

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