Novembre 2023, New York: un giornalista chiede in modo provocatorio a un uomo che stava manifestando per la pace a Gaza: “Che pensa del 7 ottobre?”’. La risposta dell’interpellato: “Mi chiede cosa penso del 7 ottobre? E lei che pensa dell’8 ottobre? Che pensa del 9 ottobre? Che pensa del 10 ottobre? Che pensa dell’11 ottobre?…” Così via fino al 2 novembre, quando il giornalista ha battuto in ritirata. Senza rispondere, ovviamente, ché difficilmente chi pretende compassione – legittima – per le vittime del 7 ottobre ne prova per quelle palestinesi, incomparabilmente più numerose.
Va ricordato come Netanyahu, intervistato su Fox News, si lanciò in un ardito paragone tra le vittime dell’11 settembre e quelle del 7 ottobre: in termini percentuali – rispetto alla popolazione – è come se in Israele quel giorno si fossero registrati sedici 11 settembre, ha chiosato Bibi.
A Gaza ad oggi si contano 74mila vittime su una popolazione di 2,2 milioni di persone, circa il 3,36% del totale. Significa che circa 1 persona su 30 a Gaza ha perso la vita, significa 3.220 volte l’11 settembre.
Nel calcolo non sono ricomprese le vittime non ancora identificate, quelle che giacciono sotto le macerie o tutte quelle che sono state vaporizzate dalle alte temperature provocate dalle esplosioni (vedi Haaretz: “Persone semplicemente vaporizzate etc…). Né sono rendicontate le ancora più innumerevoli vittime indirette – fame, malattie, stenti – causate dalle durissime restrizioni imposte alla popolazione della Striscia e dalla distruzione del sistema sanitario e delle infrastrutture; né sono calcolate le vittime della Cisgiordania. Se si sommano alle 74mila vittime ufficiali le centinaia di migliaia di vittime suddette avremmo a che fare con decine di migliaia di 11 settembre.

Se abbiamo ripreso il paragone di Netanyahu tra l’11 settembre e il 7 ottobre è anche per ricordare un vecchio articolo di Barbara Spinelli, purtroppo scomparsa ieri, che rigettava il paragone tra il Terrore islamista e l’estremismo palestinese.
Citiamo un brano di un suo articolo pubblicato sulla Stampa del 28 ottobre del 2001, ripreso dal mensile 30Giorni diretto da Giulio Andreotti: “Israele non può ignorare le radici di un risentimento che coinvolge almeno un miliardo di uomini fedeli all’islam. E non può mettere sullo stesso piano l’aggressione sofferta dagli americani e le aggressioni che Israele subisce dagli estremisti palestinesi”.
“Ci sono territori che esso occupa abusivamente e colonie che vi tiene insediate da trentacinque anni, facendo scorrere molto sangue. Gli americani non stanno conducendo una simile guerra coloniale contro gli Stati legati al terrore. Eppure l’equiparazione fatta da Sharon tra Bin Laden e Arafat non suscita serio sdegno tra gli ebrei, né in patria né in diaspora”.
“[…] In Israele stesso c’è chi sospetta che il popolo d’Israele, per rigenerarsi, voglia strappare nuovi dolori dai giorni futuri, sognando una specie di secondo Olocausto. Tanto più urgenti sono il risveglio e la vigilanza di chi non vuole avere a che fare con simile tentazione apocalittica, e ha davvero cura dello Stato ebraico”.
Probabile che dopo il 7 ottobre la Spinelli abbia moderato tale posizione, data l’entità della strage, ma, nella condanna per l’ingiustificabile attacco di Hamas, è rimasta ferma nel condannare anche la risposta sproporzionata e il genocidio – così nei suoi scritti – dei palestinesi.
Ma quel che ci interessava rilevare è quell’accenno a quanti, nel 2001, sognavano una sorta di nuovo Olocausto che avrebbe rigenerato Israele. Non è difficile immaginare a chi si riferisse e a cosa si volesse intendere con quella rigenerazione: la Grande Israele, dal mare al fiume Giordano (peraltro lo slogan del Likud).
Quella vigilanza, invocata dalla Spinelli, che pure esisteva al tempo e aveva una sua forza, è mano a mano regredita, si è erosa, ed è stata spazzata via il 7 ottobre, spesso paragonato a un nuovo Olocausto (paragone rigettato dallo Yad Vashem), a proposito di quel sogno apocalittico, allora di una minoranza.

E, soprattutto, tale vigilanza è stata incenerita dall’8 ottobre, quando iniziò a prepararsi la vendetta contro Hamas e i palestinesi tutti. Ne scrive su Haaretz Gideon Levy commentando un’intervista dell’intellettuale israeliano Benny Ziffer. Nel corso di tale intervista, Ziffer interrompe il cronista per portare la discussione a “un livello più globale, a qualcosa di spirituale”, spiegando che gli ebrei sono incapaci di vendicarsi.
“Cosa avresti voluto vedere?” ha chiesto il moderatore un po’ sorpreso. “Vendicare ciò che è successo. Vendetta… c’è la sensazione, che condivido anch’io, che non ci siamo vendicati a sufficienza”. “Che aspetto ha la vendetta?” ha domandato il moderatore. “Chiedetelo alla gente per strada. Non vogliono che Gaza esista”.
“Ziffer voleva dire qualcosa di globale e spirituale”, è il commento di Levy, “ma ha pronunciato una frase genocida. Cancellare Gaza significa uccidere i restanti 2,1 milioni di persone sopravvissute alla guerra. Non c’è bisogno di parlare del genocidio, perché è quello che vuole la gente comune. Un genocidio democratico. Un genocidio popolare. Un genocidio tramite referendum”.
“[…] Se c’è una caratteristica che definisce la guerra che Israele ha scatenato contro la Striscia di Gaza, è la sfrenata sete di vendetta, una sete folle e sproporzionata. Cos’erano le uccisioni e la devastazione se non una campagna sottesa di vendetta?”.
La commemorazione del 7 ottobre, la sua risonanza globale, impone all’umanità una commemorazione analoga del genocidio palestinese. Sul punto, riprendiamo quanto ha scritto Assaf David su Haaretz: “Un amico mi ha scritto tempo fa: ‘Un giorno verrà eretto lo Yad Vashem di Gaza’ – un riferimento al memoriale e museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Quando ho letto questa cosa, mi sono detto: ‘Voglio far parte della schiera che erigerà lo Yad Vashem di Gaza’”.
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