Salvatore A. Bravo
Gaza continua a morire e a bruciare e l’odore della carne sembra non giungere fino a noi. La fame, che Israele puntualmente smentisce, è nello sguardo dei bambini che tra braccia e urla tendono scodelle e piatti per ricevere la loro razione quotidiana di sopravvivenza; i servizi mediatici ci restituiscono immagini di quartieri rasi al suolo su cui i cingolati avanzano vittoriosi; si bombarda ogni obiettivo sospetto, per cui innocenti e presunti colpevoli cadono nella medesima maniera; i luoghi della memoria storica di un popolo sono annichiliti. Gaza dev’essere sgombrata in un paio di settimane.
Decine di migliaia sono i caduti, e non dobbiamo e non possiamo dimenticare, che i sopravvissuti porteranno con loro ferite inguaribili e sofferenze psichiche insopportabili. Sono migliaia i bambini orfani che già vivono inaudite sofferenze tra la polvere delle macerie, i rombi dei bombardamenti e il dolore che li morde senza pietà. Eppure si discute se sia genocidio o altro. Ipotizziamo che non sia genocidio, se non lo fosse sarebbe meno grave? Non è una parola a definire la gravità di quanto accade contro un popolo, ormai inerme e destinato ad una catastrofe senza eguali. Il genocidio ebraico avvenne in un tempo, in cui le notizie facevano fatica a circolare. Nel nostro tempo immagini, urla e devastazioni registrate dall’alto dai droni e dal basso da coraggiosi giornalisti ci pongono dinanzi ad una apocalisse senza confini. Ora ritorna la domanda, se fosse solo un’immensa carneficina sarebbe meno grave? La discussione ancora operante e le resistenze in taluni ambienti organici al potere mostrano ancora una volta il “cinismo” dell’Occidente. Si discute sull’uso delle parole per ridimensionare e pacificare gli occidentali convinti che l’unico crimine intollerabile è il genocidio. Discutere sulle parole, malgrado l’evidenza dei fatti, consente in un tempo di male assoluto nella forma della “superficialità di sistema” di abbassare la guardia e la tensione. Altra modalità per sviare dalla gravità di quanto sta accadendo è il ripetere, tipo slogan, la frase “Nessuno muove un dito”. Frase che vuole celare che Israele è il gendarme degli Stati Uniti in Medio Oriente. Gli Usa sono i padroni dell’Occidente, pertanto concedono ad Israele di continuare l’operazione, e alla fine Stati Uniti e alleati usufruiranno della vittoria di Israele in Medio Oriente.
Questa è la verità orribile del nostro tempo.
L’Occidente odia la verità in ogni forma, perché essa ci costringe a fare i conti con noi stessi e con le nostre responsabilità. Per noi occidentali la violenza è diventata la norma. L’unico modo per sperare di sopravvivere è praticare la violenza, sgomitare e lasciare una scia dolore e ciò malgrado “marciare in avanti”. Forse anche per questo nulla sembra turbarci, in quanto come i pesci nell’acqua, non nominiamo e non valutiamo “l’acqua in cui siamo immersi”. I nostri giovani sono addestrati alla violenza nella forma dell’individualismo, della seduzione e del censo. Chi ha denaro può tutto, chi è perdente deve subire, abbiamo naturalizzato la legge del più forte, pertanto assistiamo ad un episodio della storia secondo i paradigmi della “giungla”.
Malgrado la speranza sembri avere solo la forma della violenza nel nostro Occidente, non si può non affermare con Gandhi:
“Un uomo può uccidere un fiore due fiori, tre… Ma non può contenere la primavera.”
La nostra indifferenza ha fatto e fa cadere innumerevoli fiori, ciò malgrado in modo carsico si innalzano le voci di molti che lottano e informano sulla tragedia in corso. Nessuno di noi potrà dire “non sapevo” e l’umanità, malgrado le manipolazioni e le fughe volontarie, resta e continua a farsi ascoltare anche nel silenzio del mondo, pertanto la “primavera” verrà e saremo noi la “primavera dei popoli oppressi” con le nostre parole, le nostre azioni e le nostre denunce che ci appaiono insignificanti, ma sono i “segni” della primavera che verrà. I crimini contro l’umanità e contro i popoli non hanno gerarchie di gravità da questo dovremmo iniziare per pensare quanto sta accadendo. Cerchiamo di essere noi “acqua sull’arsura di umanità in gocce minuscole” con le nostre parole e azioni, solo in tal modo la primavera rientrerà nel presente. Le gocce finissime penetrano nel terreno e donano vita. Le parole di Virgilio siano con noi:
È dolce primavera
Alla selve, alle foglie dei boschi
è dolce primavera;
a primavera gonfia la terra avida di semi.
Allora il Cielo, padre onnipotente,
scende con piogge fertili
e accende ogni suo germe.
Gli arbusti risuonano
del canto degli uccelli,
i prati rinverdiscono.
e i campi si aprono:
si sparge la tenera acqua;
ora al nuovo sole
si affidano i nuovi germogli.
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