martedì, 27 Settembre 2022
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Voto. Calenda, Letta, Salvini, il mese dei giochetti, delle bugie, delle promesse

di Fabio Torriero

Agosto verità non ti conosco. Prima del 25, partenza ufficiale della campagna, tutti i giochi virtuali e strategici sono possibili e giustificati.

Bonelli e Fratoianni (Verdi-Sinistra unita) hanno disertato l’incontro con Letta, il “federatore-vigile urbano” del nuovo campo largo, dopo che quello con i grillini era diventato un campetto cimiteriale.
La ragione è semplice: scorrendo l’accordo Pd-Azione si sentono scartati, fortemente ridimensionati, ridotti a comparse col mero diritto di tribuna.
Ma d’altra parte, è la conseguenza di un’alleanza difficile, costruita solo per battere o pareggiare col centro-destra, in modo tale che di fronte ad un pari e patta il 25 settembre, Mattarella possa di nuovo chiedere a Draghi di bissare il mandato.
E’ o non è in fondo, “l’agenda-Draghi” (senza Draghi), insieme all’antifascismo, il mastice per tenere insieme cani e gatti? E quindi, Bonelli e Fratoianni, abbaieranno, ma alla fine andranno a cuccia. La loro protesta serve solo ad aumentare la loro quota-parte di collegi.

Stesso discorso per quanto riguarda Di Maio: chiede rispetto. E c’è da comprenderlo. Ha fatto 10 giri di volta, per disegnarsi e ritagliarsi una nuova veste governativa, moderata, liberale, ecologista, progressista, dopo aver attraversato ogni identità politica.
Fibrillazioni, minacce di rottura, che inevitabilmente si ricomporranno: il fine-poltrona giustifica i mezzi. Poltrone sofferte, vista la riduzione del numero dei parlamentari.

Debora Serracchiani parla a nome del Capo: “Disponibili a lavorare, noi generosi con Carlo? L’obiettivo è vincere”. Tradotto, gli altri sono poca cosa, non importa se rappresentano l’anima storica della sinistra, tanto quella nuova è liberal e radicale di massa. E poi, più che il governo l’obiettivo è impedire che il “male” conquisti Palazzo Chigi.

Interessante il lessico di Calenda. Da un lato, afferma che il patto non si tocca; dall’altro, dispensa giudizi sull’inesperienza e impresentabilità della Meloni per gestire la cosa pubblica, poiché ha solo guidato in passato un ministero senza portafoglio e non si è liberata dei fantasmi littori.
Con questa regola-calendiana, nessuno si salverebbe: chiunque, prima di essere esperto deve pur cominciare la carriera di amministratore.

Ma l’aspetto grottesco del patto con Letta è il pateracchio che caratterizzerà l’alleanza, riflesso nel sistema elettorale.
Come reclamizzeranno gli anti-populisti, a cominciare proprio da Calenda, uno schieramento dove dentro ci sono proprio gli ex-populisti alla Di Maio e l’estrema sinistra, posto che la maretta rosso-verde si risolva?
Semplice: Calenda ha aggiustato capra e cavoli, dicendo che alle urne, gli elettori voteranno al proporzionale (liste bloccate) per il nome che maggiormente rispecchia le loro idee; mentre la partita nei collegi uninominali sarà diversa. Una via d’uscita offerta dal Rosatellum.

Peccato che i cittadini voteranno la medesima alleanza. Come la metteranno i supporter di Calenda in primis, i romani che hanno creduto alla rivoluzione moderata di Azione? Vedendo un capo che se ne va dal Pd e torna al Pd?
Si può enfatizzare quanto si vuole il patto, l’accettazione da parte di Letta dei punti “imperativi” di Calenda, ma resta il percorso a ritroso, e l’incoerenza verso un progetto iniziale ben diverso. Ma pure su questo Calenda ha corretto il tiro: “Un conto sono le amministrative, un conto le politiche”.

E come la prenderanno gli amici della Carfagna e della Gelmini, chiamate apposta per togliere consensi al centro-destra prigioniero dei sovranisti e della Meloni, quando si accorgeranno che porteranno acqua al mulino della sinistra?
L’unico facilitato, pur se deluso dal gemello diverso, è Renzi. Con la sua Iv potrà realmente rappresentare quel nuovo centro depurato dai cespugli post-dc. Ma dove andrà poi?

Sul versante opposto, la Meloni ha bacchettato Salvini, reo di essersi nuovamente candidato a futuro ministro degli Interni: “Non si decide prima”. Una legittima regola, che segue un’altra reprimenda nei confronti del Capitano, accusato di aver iniziato una campagna promozionale da venditore di tappeti, promettendo tutto lo scibile umano. Un cane che si morde la coda.
Peccato che la Meloni abbia imposto una settimana fa anche lei un “prima”: la prassi che chi prende un voto in più nel centro-destra è autorizzato a candidarsi a premier.
Sono le luci della campagna estiva. Mai prendere alla lettera o sul serio le parole.

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