di Massimo Spread

Mentre a Roma ci distraevamo col teatrino dei parlamentari del centrodestra spariti al momento del voto sul Def – approvato praticamente identico il giorno dopo – a Bruxelles succedeva qualcosa di grave, che avrà conseguenze pesantissime sull’economia italiana e che ovviamente non è stato quasi degnato di attenzione, dai giornali come dai politici.

Ci riferiamo alla presentazione del nuovo Patto di stabilità presentato dalla Commissione Europea, che secondo le parole di Lorenzo Bini Smaghi (non certo un sovversivo antisistema) avrà come principale conseguenza “un commissariamento della politica di bilancio dei paesi ad alto debito. In particolare dell’Italia”. Se la riforma verrà approvata, e non c’è ragione che non lo sarà (anzi, Germania e Olanda premono per regole ancora più stringenti) il governo non potrà realizzare le promesse riforme del fisco e delle pensioni, perché sarà impegnata a onorare una correzione di bilancio di ben 15 miliardi l’anno per i prossimi quattro anni.

Detto in altre parole, il margine di spesa nelle prossime finanziarie sarà prossime allo zero. E non potremo contare neanche sul Pnrr, perché le spese previste all’interno del piano non saranno esentate dai conti pubblici. A spiegarlo è stato lo stesso ministro Giorgetti in un’intervista concessa al Corriere della Sera, dove ha ammesso che “La spending review dovrebbe riguardare anche gli investimenti del Pnrr che hanno un impatto sugli obiettivi”. È finito insomma il periodo dell’indulgenza nei confronti del cosiddetto “debito buono”, ovvero quello fatto per investimenti di medio e lungo periodo che dovrebbero aiutare i paesi a crescere di più in futuro. Quell’Unione Europea più lungimirante, nata per rispondere alla pandemia, è già morta. Peccato solo che gli altri paesi occidentali stiano continuando a spendere allegramente soldi pubblici, promettendo di mantenere una crescita che presto per la Ue sarà solo un ricordo.

A partire dagli Stati Uniti, che per il quadriennio 2023-2027 si manterranno costantemente al di sopra di un deficit del 3% sul Pil, potendo così finanziare quei grandi investimenti per la transizione ecologica che nella Ue si potranno permettere solo gli stati del Nord. Il Sud, a partire dall’Italia, è così destinato a impoverirsi sempre più, perché costretto a rinunciare a crescere per ripagare gli interessi sul debito.

Fior di economisti hanno spiegato che questo sistema, basato su perseguimento dell’austerità e tagli alla spesa pubblica, porta alla lunga a un indebitamento ancora più alti perché i tagli sono responsabili di una crescita minore, e quindi di minori entrate nelle casse dello stato. Il problema è che queste cose a Bruxelles e soprattutto a Berlino – dove si decide quel che l’Europa deve fare – le sanno benissimo. E risulta difficile non vedere in questa condotta un tentativo di allontanare definitivamente l’Italia dal gruppo delle grandi economie occidentali, a vantaggio di quelle concorrenti che sì, sono sempre quelle. Francia e Germania.

Fonte:

Di BasNews

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