Alcuni anni fa lo psichiatra di origine olandese Bessel van der Kolk, ahimè trapiantato nel Paese dove crescono gli hamburger, propose un’interessante teoria sul fatto che i traumi si traferiscono al corpo che in qualche modo li ricorda, trasferendo il disagio mentale a quello fisico. È anche uno dei maggiori, quanto contestati, studiosi dello stress post traumatico che egli ha applicato anche all’infanzia e all’adolescenza. Ma qui non interessa discutere le teorie di un personaggio che naviga tra bestseller e lotta alle mafie accademiche, quanto un’idea che in qualche modo è alla base della sua visione, peraltro nata dall’osservazione dei reduci del Vietnam e degli altri innumerevoli conflitti americani. Egli osserva che durante una guerra il dialogo interiore scompare, si perde il senso del tempo e svanisce la capacità di pensare in modo logico. Tutto ciò che rimane sono meccanismi di sopravvivenza automatici e istintivi.
Poiché una breve esperienza di questa condizione l’ho fatta, posso testimoniare che questo effettivamente accade al di là del quadro concettuale in cui lo si vuole inserire e che proprio tale stato mentale è quello preferito dal potere: la guerra è un vantaggio in sé. Se non ci fosse questo stato mentale non sarebbe possibile a un regime come quello di Zelensky sopravvivere: sebbene piccole rivolte scoppino qui e là la popolazione sopporta il massacro di un’intera generazione e persino che arsenali e depositi di munizioni (persino quelle con uranio arricchito) vengano allestite in piena area urbana, esponendo tutti a un rischio enorme. E ora che i russi stanno sistematicamente demolendo tutte le strutture militari, energetiche, industriali rimaste, questo significa rischiare grosso, come è accaduto qualche giorno fa a Vishnyovoye, città satellite di Kiev, dove è stato colpito un enorme deposito di armi provocando esplosioni che si sono susseguite per cinque ore e hanno polverizzato una vasta area circostante (come la foto in apertura testimonia in maniera inequivocabile). Mettere installazioni militari all’interno dei centri abitati sarebbe contro le convenzioni internazionali, ma chissenefrega: né il regime neonazi di Kieve, né la Nato badano a queste quisquilie.
Il fatto è che lo stato di guerra, ancorché solo retoricamente utilizzato, serve egregiamente a deprimere i sani dubbi che potrebbero venire a sentire parlare i piccoli napoleoni europei con la mano ben fissa sul portafoglio. Le sciocchezze sulla Russia che vorrebbe invadere l’Europa sono così stupide che non si capisce come dal corpo sociale non nasca una gigantesca e assordante pernacchia che faccia tacere per sempre queste continue offese all’intelligenza. Anche perché con che la faremmo questa guerra? Il Regno Unito produce il miglior missile antiaereo che l’Europa sia riuscita a sviluppare, l’Aster-30, al ritmo di uno al mese mentre Francia e Germania non se la cavano molto meglio. Oh già: l’Ucraina e i principali alleati occidentali hanno annunciato ieri l’intenzione di creare una coalizione per la difesa aerea che prevede lo sviluppo congiunto di un nuovo sistema antimissile balistico come soluzione alternativa e più economica al sistema Patriot statunitense. Vale a dire quello che non funziona e fa cadere i propri missili sulle case della gente dopo aver fallito il bersaglio, cosa che accade nel ’93 per cento dei casi. Figuriamoci con la versione economica.
Non sarebbe nemmeno pensabile poter dire tali fesserie se non ci fosse questo continuo richiamo alla guerra che in fondo è un trauma per gente davvero convinta che l’Europa fosse una fortezza di pace, convinta che esprima una democrazia in progress, che, poverini noi, che faremmo senza Bruxelles. E adesso invece si trova di fronte a un infernale meccanismo dove guerra, terrorismo, stragi vengono esaltate come la via maestra del continente. Non sarà un vero e proprio stress post traumatico, perché i veri traumi devono ancora arrivare, ma tanto basta a tenere buoni gli ubbidienti ad ogni costo.
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