• 28 Ottobre 2026 17:00

Le elezioni israeliane e le minacce contro l’Iran

Dibasnews

Ott 28, 2026
epa13335706 Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu addresses supporters during a Likud party election event in Jerusalem, 28 October 2026. Israelis headed to the polls in the first nationwide 26th Knesset (legislative) elections since the Hamas-led 07 October 2023 attack. EPA/ABIR SULTAN

Le elezioni israeliane vedono l’affermazione della coalizione guidata da Netanyahu, che però non ha i numeri per formare un governo. Così Bibi tenterà di dar vita a un governo di unità nazionale, con o senza i partiti di ultradestra. Le opposizioni vanno peggio di quanto previsto dai sondaggi, ma resta l’opzione di un governo di minoranza sostenuto dai partiti arabi, che peraltro era l’unico scenario realistico perché potessero governare.

L’unica differenza rispetto alle prospettive emerse durante la campagna elettorale sono i voti presi della coalizione di governo e, in particolare, dal Likud, che sono risultati più del previsto, con ovvio decremento dei voti indirizzati alle opposizioni. Una differenza che dovrebbe permettere al presidente Isaac Herzog di incaricare Netanyahu di formare il governo, dandogli agio di dar fondo a tutte le sue capacità politiche per tentare di aggregare a sé le opposizioni. Le spinte per un governo di unità nazionale arriveranno anche dall’estero, incrementando la sua capacità attrattiva.

Da vedere se le opposizioni resisteranno alle sirene per tentare ugualmente la via di un governo di minoranza o cederanno (è sufficiente il cambio di schieramento di un solo partito di questa coalizione). Nel secondo caso, com’è accaduto in passato, l’incantesimo porterà alla rovina l’incauta preda: l’abbraccio di Netanyahu è risultato fatale a tutti quelli che l’hanno sperimentato. Per convincere i riluttanti a tale abbraccio, o magari a dargli un alibi per infrangere le promesse elettorali, Netanyahu può giocarsi la carta Iran, trascinando gli Stati Uniti in una nuova guerra.

Resta che per avere l’esito finale occorrerà attendere, perché solo venerdì si scrutineranno i voti espressi tramite “doppia busta”, cioè per corrispondenza: 600mila schede, per lo più di soldati, i quali non hanno certo votato per i partiti arabi e non sono propensi a votare i partiti ultraortodossi a motivo dell’esenzione degli Haredi dalla leva.

Sono tanti voti e il quadro può cambiare. Mentre in caso di stallo e nuove elezioni, la vittoria di Netanyahu sarebbe netta perché rimarrebbe premier fino a tale scadenza, con tutto quel che consegue.

Ma resta che la variabile più importante di questo gioco al massacro, che di fatto suggella il massacro dei palestinesi, è l’eventuale attacco all’Iran, che renderebbe inevitabile la formazione di un governo di unità nazionale.

Un attacco sul quale Trump ha sospeso la decisione a dopo le Midterm Usa del 3 novembre – quindi prima della riapertura del Parlamento israeliano, prevista per il 10 novembre – e che la propaganda di guerra annuncia già come irrevocabile.

Al solito, quando iniziano a rullare i tamburi di guerra e Trump assume una posa riluttante, il caso Epstein torna a tormentarlo. L’ex miss Svizzera Beatrice Keul ha accusato Trump di averla violentata nel 1993, dopo un evento al quale era presente anche Epstein, che le avrebbe confidato di aver organizzato diverse feste con l’attuale presidente. Un’accusa che si aggiunge ad altre quattro simili, molestie o stupri avvenuti tra gli anni ’80 e ’90, già emerse nell’ambito del caso Epstein e che, grazie alla miss, sono tornate alla ribalta nonostante finora non se ne sia accertata la veridicità.

Al di là della cronaca, quel che importa sottolineare, a parte la tempistica della denuncia, arrivata a 33 anni dall’asserito stupro, è la puntualità rispetto alla criticità del Golfo. Un nuovo tassello si aggiunge alle pressioni esercitate su Trump perché bombardi l’Iran. Se lo farà, l’asserito stupro passerà in cavalleria, com’è avvenuto in precedenti casi.

L’attacco, se ci sarà, potrebbe troncare sul nascere il processo distensivo che si è avviato in Medio oriente, che ha tutte le potenzialità per rimodellare i rapporti tra i Paesi della regione.

In altra nota avevamo dato notizia del summit di Teheran tra le autorità iraniane e i Paesi del Patto della Mecca (Pakistan, Arabia Saudita, Turchia), che ha segnato un punto importante nella prospettiva accennata, non solo perché ha avuto luogo, portando sullo stesso tavolo i sauditi e i loro antagonisti iraniani, ma soprattutto perché ha prodotto risultati, primo dei quali l’intesa a non farne un unicum, ma il primo passo di un coordinamento regionale volto e a garantire la sicurezza dell’area a prescindere dagli States.

Delegato a gestire questo importante dossier per conto dell’Iran è il Segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale Mohsen Rezaei, che ha parlato a lungo con le delegazioni del Patto della Mecca prima che queste incontrassero il presidente Masoud Pekeshkian (poi volato a Mosca).

Il giorno successivo al vertice, Rezaei ha incontrato l’ayatollah Khamenei, evidentemente per informarlo sul contenuto delle conversazioni e riceverne il sostegno per quanto riguarda i passi successivi.

E oggi Rezaei ha incontrato l’inviato degli Houti a Teheran, Ibrahim Mohammed al-Dailami, chiaramente per renderlo edotto di quanto concordato con i Paesi del Patto della Mecca relativamente al conflitto yemenita, che vede gli Houti opposti alle forze governative sostenute dai sauditi.

Un possibile passo esplorativo di un’eventuale mediazione iraniana sul conflitto che oppone sauditi e Houti, ovviamente motivato da una sollecitazione di Riad in tal senso avvenuta nel corso del summit. Qualcosa si muove e non poco. Potrebbe essere l’inizio di una nuova architettura di sicurezza del Medio oriente fondata sulla sola cooperazione regionale.

Intanto, è da segnalare che domenica il Qatar ha trasmesso all’Iran una nuova bozza di accordo, chiaramente di matrice americana, per porre fine alla guerra. Le trattative sottotraccia Teheran – Washington proseguono.

Resta che tutte queste prospettive sono sospese all’esito delle pressione di Netanyahu e dei falchi Usa per riprendere il conflitto. Per inciso, il casus belli sbandierato da Netanyahu (e Trump) è la fontomatica atomica iraniana.

Sul tema si è espresso il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), Rafael Grossi, il quale ha dichiarato che non ci sono prove che Teheran abbia ripristinato le infrastrutture nucleari colpite nella precedente fase cinetica della guerra. Non eviterà la guerra, dal momento che chi vuol farla continuerà a brandire l’inesistente minaccia, ma resta il dovere di cronaca.

fonte:

Di basnews

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito web utilizza i cookie per migliorare la facilità d'uso. Se utilizzi il sito accetti l'utilizzo dei cookie.