A quanto pare, nessuno credeva che gli iraniani volessero o potessero attentare alla vita di Trump dopo il vertice Nato tenuto ad Ankara a inizio luglio. Il Washington Post ha spiegato che la CIA non riteneva affatto fondato l’allarme proveniente dall’intelligence israeliana; e così altri funzionari che accompagnavano il presidente.
Eppure, giunto all’aeroporto per tornare negli Usa, la sicurezza ha caricato Trump su un furgone destinato al catering aeroportuale e l’ha fatto imbarcare su un aereo anonimo, che ha viaggiato in tutta segretezza in coda all’Air force one fino a una base militare britannica, dove poi è stato fatto salire di nascosto sul velivolo presidenziale, atterrato poco distante, per celare il volo segreto.
Quando abbiamo recepito la notizia, sembrava che l’allarme fosse fondato, data la manovra della sicurezza che ha fatto passare all’illustre passeggero momenti alquanto movimentati.
A smentire la fondatezza dell’allarme anche la Turchia: “Funzionari turchi affermano che il rapporto dell’intelligence israeliana era probabilmente uno stratagemma del governo di Netanyahu per presentarsi come protettore di Trump, far deragliare i negoziati con l’Iran e minare l’apparente stretto rapporto tra Trump ed Erdogan”.
Il testo citato è di Middleeasteye, che aggiunge come una fonte presente all’incontro del giorno precedente tra il presidente americano e quello turco abbia riferito che Trump ha “affermato più volte che la guerra con l’Iran era finita e nutriva grandi speranze nei negoziati”.
Middleeasteye aggiunge come sia logisticamente impossibile per gli iraniani eludere i presidi difensivi turchi e l’eventuale azione iraniana fosse politicamente suicida perché avrebbe costretto Ankara a schierarsi contro Teheran, recedendo dalla partnership pregressa.
Falso-vero allarme, dunque, come sono le cose di tale natura, perché comunque ha seminato paura nel team presidenziale. Resta, però, da capire perché i turchi affermano che l’avvertimento serviva anche a mettere Erdogan in cattiva luce con Trump, che aveva concesso al presidente turco di recedere dal niet all’acquisto dei sistemi antiaerei russi S-400 e da quello imposto alla fornitura di jet F-35, negati da tempo ad Ankara. Quest’ultima concessione, in particolare, ha suscitato le ire di Netanyahu perché tale sviluppo minerebbe la superiorità bellica israeliana nella regione.
L’avvertimento aveva quindi anche lo scopo di evitare che Trump facesse questa concessione. Tale la sofisticata tecnica delle false minacce politicamente motivate, che hanno lo scopo di recapitare messaggi senza ricorrere a minacce reali. Quanto a Trump, il primo a non credere che l’Iran voglia o abbia le capacità di attentare alla sua vita è lui, ma deve stare al gioco perché così impongono certe dinamiche della politica e della geopolitica.
Resta, però, che il legame con Erdogan non è stato intaccato, anzi Trump ha replicato a muso duro alle lamentele del premier israeliano. Una stizza che nasconde la frustrazione. Ormai Trump ha ben compreso che non spunterà nulla da lui, né su Gaza, né sul Libano, né sulla Siria, né altrove. Sa di non avere nessun potere di persuasione né ha la forza per imporsi, anche perché i sodali del premier israeliano in America sono troppo potenti.
Così punta a rafforzare gli antagonisti regionali di Israele, anzitutto la Turchia, nella speranza di frenare la sfrenata aggressività di Netanyahu e soci. Il fatto poi che non abbia reagito in alcun modo al patto della Mecca (l’alleanza Pakistan-Arabia Saudita-Turchia), che anche formalmente nasce in netta contrapposizione con gli Accordi di Abramo – di cui egli è peraltro il padrino nominale – la dice lunga sulla linea che sta tenendo, sottotraccia per paura di ritorsioni. Peraltro, come hanno notato diversi analisti, il patto della Mecca non poteva darsi senza il tacito assenso di Washington, a cui sono legati tutti i firmatari.
Partita complessa, quella mediorientale, dove quel che appare è spesso ingannevole. E che si gioca sottotraccia, come sta accadendo a Baghdad nel braccio di ferro tra governo e milizie filo-iraniane, alle quali il nuovo governo ha imposto di consegnare le armi per avocare allo Stato il monopolio della forza.
Una richiesta che corre in parallelo con quanto sta avvenendo in Libano, dove Israele da tempo chiede a Beirut di disarmare Hezbollah. Richiesta accolta dal governo fantoccio imposto al Paese dei cedri da Tel Aviv e Washington, che si è impegnato verbalmente in tal senso adducendo la stessa motivazione irachena.
La strategia israeliana è chiara: disarmare le forze alleate di Teheran usando della coercizione del golem americano, in grado di imporre ad alcuni governi Medio orientali i propri desiderata (cioè quelli di Tel Aviv).
Hezbollah e le milizie irachene hanno risposto picche alle sollecitazioni governative, ma la partita che si sta giocando a Baghdad è più articolata di quella libanese, che si limita a un acceso braccio di ferro tra Hezbollah, le forze politiche che sostengono la milizia e il governo.
Il fatto è che il governo iracheno ha dichiarato che, in parallelo al disarmo delle milizie filo-iraniane, le forze americane abbandoneranno l’Iraq, ponendo fine all’occupazione iniziata con l’invasione del 2003.
Tale ritiro terminerà a fine settembre ed è visto come la fine di un incubo dalle milizie filo-iraniane, oltre che dall’Iran, che quindi stanno evitando di entrare in una dialettica aperta con Baghdad. Semplicemente ne ignorano la sollecitazione al disarmo, che dovrebbe attuarsi anch’esso entro settembre. Una polemica troppo accesa potrebbe offrire il destro a Washington per recedere dalla decisione di ritirarsi.
Così sottotraccia si sta intrecciando un dialogo trilaterale tra le milizie, il governo di Baghdad e l’Iran, che ieri ha inviato in Iraq Esmail Qaani, a capo della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie. L’obiettivo sembra quello di arrivare a un compromesso tra miliziani e governo che non offra pretesti in tal senso a Washington.
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