• Settembre 3, 2026 6:06 am

Aumenta la pressione sull’Iran, economica e non

Dibasnews

Ago 21, 2026

Trump intensifica la stretta sull’Iran. Siamo alle solite sanzioni infernali che riecheggiano quelle varate contro la Russia, le quali hanno avuto come esito di favorire lo sviluppo della produzione interna. Certo, l’Iran è altra cosa e potrebbe non reggere, anche per le minacce rivolte a chiunque oserà commerciare con Teheran, ma tale esito, che l’America dà per scontato, non è affatto così scontato.

Ciò che è scontato è che il perdurare della chiusura dello Stretto di Hormuz aggraverà la crisi energetica globale, con tutte le tragiche conseguenze del caso. Tale la pazzia dell’Impero e soprattutto dei suoi dominus AIPAC-Israele, disposti a sacrificare il mondo intero agli interessi di Tel Aviv. D’altronde, il genocidio dei palestinesi dimostra l’importanza che accreditano alle vite altrui.

La decisione dell’amministrazione Trump discende anche dall’impossibilità dell’Impero di accettare la sconfitta, ripetendo errori del passato che l’hanno portato a proseguire ad libitum guerre perse, ponendovi fine con ritirate drammatiche solo quando ormai erano diventate del tutto insostenibili.

Sull’incremento della pressione economica contro l’Iran scrive Alastair Crooke sul sito del Ron Paul Institute: «Secondo alcune fonti» il Segretario del Tesoro Scott «Bessent avrebbe ripetutamente rassicurato Trump sul fatto che la carenza di petrolio causata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz “è temporanea e gestibile” (cosa non vera), sostenendo inoltre che l’inflazione legata al settore energetico si attenuerà una volta che le tensioni globali si saranno allentate. Ci ha scommesso tutto. E Trump sembra credere nella manipolazione dei prezzi del petrolio e dei futures».

«Tuttavia, le cifre che circolano a Washington riguardo alle navi che sono riuscite a passare attraverso il corridoio dell’Oman sono fittizie. Brett Erickson, di Obsidian Risk Advisors, scrive: “Diversi colleghi di cui mi fido ciecamente mi hanno detto che non esiste nessuna prova a sostegno dell’affermazione che 8 milioni di barili al giorno transitino attraverso la rotta omanita, né c’è nessuna prova che 9.000 barili escano dallo Stretto di Hormuz ogni giorno. Zero. Non ‘forse’, neanche ‘è possibile’. Nessuna prova. E, cosa ancora più grave, esistono prove che dimostrano il contrario».

«Alla domanda “Il loro piano è quello di rimanere nell’ombra finché tutto non crolla? E poi?”, Erickson risponde: “Da quanto ho capito, credono davvero che alcune di queste informazioni siano corrette. Sono stupidi, non necessariamente in malafede… il che è peggio”».

«La strategia di Trump, basata sulla pressione economica come chiave per la capitolazione iraniana non è credibile. Anche se un blocco più rigido riuscisse a peggiorare ulteriormente la situazione del popolo iraniano, è improbabile che le sue sofferenze possano portare a un risultato finale positivo, come ad esempio un cambio di regime in stile Delcy Rodrigues».

«L’Iran sta conducendo una guerra esistenziale contro Stati Uniti e Israele e se la leadership iraniana dovesse mai trovarsi costretta a scegliere tra la capitolazione e l’escalation, opterebbe quasi certamente per quest’ultima. Di fatto, la decisione di intensificare il confronto militare – per fare pressione su Trump – sembra essere già stata presa, come dimostrano le recenti dichiarazioni di Mosen Rezaei, recentemente nominato Segretario del Comitato Supremo per la Sicurezza Nazionale. L’Iran continuerà con azioni militari proattive, anche se Trump dovesse scegliere di non ricorrere all’azione militare».

Va aggiunto che l’annuncio di Trump è stato preceduto dalla drastica rottura tra Emirati Arabi e Iran, con Abu Dhabi che ha chiuso tutti i contatti commerciali con Teheran, una misura che pone ulteriori criticità all’economia iraniana dal momento che «Dubai è diventata silenziosamente il partner commerciale più importante dell’Iran, superando sia la Cina che la Turchia e fornendo circa un terzo di tutte le importazioni iraniane annuali», come ha dichiarato ad al Jazeera Mark Kimmitt, ex vicesegretario di Stato degli Usa.

Una decisione presa dopo una telefonata tra Trump e il presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed, che ha preceduto l’attacco missilistico contro il suo Paese, attribuito all’Iran, che ha innescato la svolta diplomatica. Un attacco sotto falsa bandiera, ha dichiarato l’Iran, negandone la paternità.

In effetti, non si comprende perché l’Iran avrebbe dovuto attaccare Abu Dhabi, un attacco, peraltro, non solo sciocco e controproducente, ma anche del tutto fuori registro, con i due missili lanciati caduti in mare, ben lontano di qualsiasi possibile target. E dire che, durante la guerra, Teheran ha dimostrato ampiamente la precisione delle sue capacità balistiche, oltre ad aver sempre rivendicato la paternità dei suoi attacchi e dettagliato i target.

L’attacco contro gli Emirati fa il paio con quello del giorno precedente, sempre attribuito all’Iran, contro l’ufficio del presidente del Kurdistan iracheno, Masrour Barzani, e la residenza di un dirigente dell’agenzia di sicurezza. Anche in questo caso Teheran ha parlato di un attacco sotto falsa bandiera e anche in questo caso l’Iran non aveva alcun motivo per attaccare, anzi.

La mattina che ha preceduto l’attacco, Axios rivelava che, durante il conflitto, l’allora capo dei Guardiani della rivoluzione, il generale Ahmad Vahidi, sarebbe stato contattato dal presidente del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani, per conto degli Stati Uniti per verificare se i politici con cui stavano trattando avevano l’autorità per negoziare e se il Corpo da lui comandato avesse altre richieste oltre alle loro. La risposta di Vahidi sarebbe stata che i Guardiani della rivoluzione sostenevano i negoziatori.

Lo scoop è stato smentito da Vahidi, ma non è stata smentita l’esistenza di un rapporto privilegiato tra questi e Barzani… peraltro, lo stesso Barzani, come anche l’altro, il cugino Masrour, il premier bombardato, nel corso dell’aggressione israelo-americana all’Iran avevano frenato in tutti i modi e pubblicamente le spinte per ingaggiare i curdi nella crociata anti-Teheran, nonostante il loro territorio fosse bersagliato di attacchi attribuiti a Teheran. Perché colpire un alleato? Insomma, l’ipotesi di un attacco sotto falsa bandiera non appare affatto aleatoria. E pone ulteriori dubbi anche su quello successivo contro gli Emirati.

fonte:

Di basnews

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