Viviamo tempi difficili, ma soprattutto tempi confusi nei quali si è smarrito il filo d’Arianna per sfuggire al Minotauro che muggisce con il corpo di Epstein e la testa di Wall Street da ogni televisore acceso, da ogni rotativa, da ogni atto dei governi sottoposti al ricatto finanziario e talvolta anche personale. Gli esempi sono quotidiani e tuttavia il labirinto di falsi concetti, di ideologismi contorti, di parole senza verità, serve esattamente a confondere e a impedire di vedere il mostro in fondo alla caverna di questi tempi che si fingono moderni, ma che ci precipitano sempre di più nella barbarie di una tecnocrazia fine a se stessa. E talvolta sono proprio i lapsus freudiani della società a svelare il non senso, con più chiarezza dei grandi eventi. Cosa per esempio c’è di più semplice di una panchina? Esistono da migliaia di anni, sono state parte dei paesaggi urbani da sempre in varie forme e funzioni, sono state dipinte da Manet, van Gogh, Renoir, sono state l’accogliente talamo dei fidanzatini di Peynet e l’arredo di chi aspetta Godot. Eppure a un certo punto sono entrate nel tritacarne della contemporaneità estemporanea, futile e spesso puerile che non tenta nemmeno di affrontare i problemi, ma li aggira con delle trovate.
Una di queste sono le “panchine ostili” realizzate per essere l’esatto contrario della funzione originaria: la loro mission, tanto per parlare nel biforcuto inglese, è quella di essere scomode, di separare le persone, di impedire che ci si possa sdraiare o che ci si possa sedere a lungo e talvolta, come nell’immagine di apertura. le sedute sono dotate di spunzoni, simili a quelli che si usano per impedire ai piccioni di stazionare sui cornicioni. C’è stato anche un premio in Gran Bretagna per chi le ideasse il più possibile scomode e inospitali. Si doveva evitare che i senza casa o gli immigrati ci stazionassero, ma naturalmente questo colpiva tutti, anziani, donne incinte, bambini, disabili, insomma tutti quelli per cui la panchina costituiva un ausilio alla mobilità. Come è ovvio una società decente avrebbe dovuto trovare una risposta al problema dei senza fissa dimora o degli immigrati, ma in realtà nessuno si è sognato di andare alla radice e alla sostanza delle cose: si è agito solo e soltanto sull’ultimo segmento, come ormai accade in tutti gli ambiti. Di panchine ostili ne trovate dappertutto anche in Italia, Paese che non si sottrae a qualunque moda, a Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, Firenze, Treviso. Ma da qualche anno a questa parte, la musica, il leit motiv, è cambiato: si è ribaltata la parola d’ordine sulla quale era nata l’architettura ostile (che coinvolge anche altri manufatti) perché essa non è “inclusiva”, parola magica dal significato vago, l’abracadabra dello stupidario politico – amministrativo. Forse vi sarà capitato di imbattervi, nelle rare spiagge libere dal soffocante commercio dei litorali, nella scritta “spiaggia libera e inclusiva”. Ma se qualcosa è libero per forza deve essere inclusivo e tuttavia non ci si sottrae al vizio assurdo del politicamente corretto o forse non si comprende più il significato di libertà.
Il fatto sostanziale è che le panchine – siano esse ostili o inclusive – hanno il medesimo côté, vale a dire l’assenza quasi pneumatica di idee di come risolvere i problemi sociali, quello della povertà o dell’immigrazione selvaggia. Anzi queste piaghe vengono usate proprio per disgregare la società e atomizzarla definitivamente: in realtà non sono più problemi, sono diventati strategie di dominio. Così tutto il discorso acquista quell’evanescenza tipica del globalismo i cui riti e le cui formule possono ingannare solo i lotofagi, gli ipnotizzati dalla macchina del consenso e del conformismo. Abbiamo in due parole messo il futuro, anzi l’idea stessa di futuro in panchina, mentre la rutilante giostra della tecnologia crea un’impressione di movimento, allo stesso modo dei primi congegni inventati per dare l’illusione del movimento: una serie di disegni con qualche lieve differenza che si susseguivano velocemente. Il cavallo galoppava, ma era sempre fermo. Ciò che davvero si muove è dietro le nostre spalle, dietro lo schienale della panchina dove ci siamo fermati ad aspettare un Godot che non arriverà mai di sua spontanea volontà. Bisognerebbe alzarsi e andarlo a prendere.
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