Parigi val bene una messa, diceva Enrico IV, giustificando così la sua abiura del calvinismo pur di salire sul trono di Francia. Ma oggi Parigi, val bene come ritratto di una società divisa tra una sordida atarassia dello spirito e chi cerca in qualche modo di ribellarsi, di chi magari non ha un progetto, ma è consapevole di non avere un futuro dentro questo paradigma sociale: i turisti che protestano per non riuscire ad entrare al Louvre o quelli che si aggirano tra gli scontri come se non li vedessero perché non inseriti nel loro programma di viaggio, sono il perfetto ritratto della società globalista e neoliberista. Non è una sorpresa: il turismo come viene inteso oggi non ha nulla a che vedere con la conoscenza del mondo, ma è solo un prodotto di consumo come un altro: devi avere quel cellulare, devi vedere Notre Dame, il Colosseo o il Ponte di Rialto, devi… Il turista – e riguarda tutti noi in un modo o nell’altro, almeno in certe occasioni – é il perfetto compendio di ciò che siamo e di ciò che non riusciamo più ad essere. Perciò questo mondo perduto messo a confronto con qualche cosa che nel bene e nel male è una dimostrazione che la storia non è finita, suscita una certa impressione persino in chi si auto elegge cane da pastore del gregge.
Nel periodo in cui avevo casa a Venezia e ci andavo spesso, mi stupivo che certe magiche notti i turisti ormai paghi e affaticati, sentendo di aver compiuto il loro dovere, invece di guardare ciò che avevano intorno, fissavano il telefonino, pure se la luce della luna sfiorava le Procuratie. Ed è anche così per quelli che vogliono assolutamente visitare il Louvre, che fanno il compitino loro assegnato di aggirarsi nelle sale dove tonnellate di opere viste a malapena, un secondo ciascuna, sono l’esatto corrispettivo della cultura contemporanea, un’orgia di cose che insieme formano il nulla. In compenso si fanno i selfie a testimonianza che sono stati effettivamente lì, che insomma si sono omologati a sufficienza e non si sono sottratti al compito di conoscere il mondo: c’è chi viaggia rimanendo in una stanza e chi non si muove facendo il giro del mondo in alberghi tutti uguali, in ristoranti normalizzati, in bar spenna turisti che si rassomigliano come fratelli, in città gentrificate e ridotte a semplice scenario privo di memoria, parlando male una sola lingua e non capendo un’amata minchia del posto in cui si trova. Ed ecco l’impensabile: mentre si sentono soddisfatti di questo, arriva da chissà dove e chissà perché la protesta: come una folata di vento spazza via le foglie morte, essa rischia di scompaginare anche questo stile di non vita. Perciò i turisti non vogliono nemmeno prendere atto di ciò che avviene: l’occhio della rana vede l’insetto solo se si muove, così essi vedono solo ciò che c’è scritto nel depliant dell’agenzia o in qualche baedeker che si portano appresso come fosse un amuleto.
Naturalmente di tutto questo non si parla, il problema non è cosa rappresenta il turista, quale mondo lo produce perché guai a mettere in risalto l’insensatezza della società contemporanea, si ragiona semmai del loro numero che rischia di soffocare i luoghi dove compiono i loro pellegrinaggi consumistici. Ma questo è inevitabile perché proprio la commercializzazione del viaggio come status simbol, come correlativo oggettivo del globalismo, attira torme di gente affamata di selfie, ovunque dica la moda, la pubblicità, l’agenzia sotto casa, il luogo comune, le cazzate dei media. E tutto sarà sempre meraviglioso perché appunto è tutto fasullo e persino i più insigni monumenti diventano cartapesta per una insensata e disperata rappresentazione di sé. Prendiamo ad esempio il camino di Santiago che una volta era un’occasione per ripensare se stessi, riconoscendo negli altri pellegrini la stessa esigenza: adesso è diventata una bolgia affollata e sgradevole, perché ormai è una cosa da fare, un to do, un must e uso la lingua ufficiale della caduta culturale che ci sta travolgendo. Sebbene le piccole menti e i piccoli cuori non vedano che violenza contro i beni privati e non sappiano andare oltre, le proteste vanno in rotta di collisione con questo stile di vita normalizzato, atono e insignificante: assistiamo allo scontro tra un mondo depoliticizzato, deculturato, assurdamente conformista persino nelle sue contrapposizioni, quasi robotico nelle sue movenze e le periferie, le vite modeste e difficili, gli espulsi dai centri storici dove sembra che solo le banche e le multinazionali abbiano diritto di cittadinanza, la voglia di senso dei più giovani. Tutte cose irriconoscibili da chi è dentro il matrix e beve tranquillamente il caffè mentre a dieci metri scoppia il finimondo. Ma la cecità selettiva non porta a nulla di buono come le disastrose guerre occidentali insegnano: una vecchia canzone francese diceva, un regard et tout a changé, cosi molti evitano di guardare.
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