Da 21 giorni si susseguono in Albania le proteste contro la costruzione del resort di lusso sponsorizzato da Jared Kushner, genero del presidente degli Stati Uniti Trump sotto inchiesta per conflitto di interesse, in quanto ricopre il ruolo di negoziatore per il Medio Oriente e nel contempo è titolare di una private equity, Affinity Partners, che riceve miliardi di finanziamenti dai fondi sovrani mediorientali.
L’investimento è sostenuto, dunque, dalla sua società Affinity Partners, e prevede un investimento di circa 1,5 miliardi di euro. L’area scelta è tra le più delicate del Mediterraneo, è situata nei presi di Valona a Zvërnec, un’isola all’interno dell’area protetta della laguna di Narta luogo di riproduzione della rarissima “foca monaca” e di innumerevoli uccelli.
I manifestanti usano durante le proteste fenicotteri gonfiabili, per simbolizzare lo scempio a cui l’Albania va incontro. Guardie private hanno picchiato e malmenato i manifestanti nella zona del cantiere. La democrazia col “manganello” è ormai la norma.
Dopo la caduta del comunismo “il Paese delle aquile è oggetto di una operazione di cementificazione e colonizzazione culturale”, che ha aumentato le disuguaglianze. In Albania la democrazia non ha portato il benessere sperato, ma la distruzione delle protezioni sociali faticosamente costruite dal comunismo perennemente sotto assedio fino alla sua caduta nel 1992. Le proteste per il resort sono espressione dell’insoddisfazione degli albanesi che in questi anni di liberismo hanno perso i diritti sociali che detenevano nel sistema comunista. Non chiedono certo il ripristino del comunismo, ma più diritti sociali e meno corruzione. Rilevante in Albania è la presenza di più partiti comunisti, i quali indeboliscono la loro azione con le divisioni, ma sono anche il segnale che il comunismo non è stato obliato completamente, anzi molti sono i nostalgici, dopo che le promesse dell’Eden in terra si sono svelate nella loro tragica verità. Il segretario generale del Partito comunista albanese (PKSK) Qemal Cicollari ha denunciato in più interviste il saccheggio a cui è sottoposta l’Albania.
Il resort è rigorosamente per ricchi e per gli oligarchi di ogni stato, se fosse costruito, come detto, sarebbe il più grande d’Europa e limitrofo ad aree di rilevanza naturale eccezionale. Il green è uno slogan che serve a incamerare quattrini, ma è evidente che è solo uno strumento ideologico ed è un ottimo mezzo per ottenere il consenso dal popolo spesso addestrato a tale ideologia. Il caso albanese rivela che il capitalismo non ha coscienza ecologica ed umana, ma insegue imperterrito la logica del solo guadagno a qualunque costo. Il resort è vissuto dagli albanesi come parte di un processo di vendita della nazione e della patria agli oligarchi del capitale. Lo slogan che echeggia per le vie di Tirana e non solo, non potrebbe essere più chiaro:
“L’Albania non è in vendita”
I manifestanti chiedono le dimissioni del premier socialista Edi Rama, poiché gli accordi per la costruzione del resort non sono trasparenti. Le proteste proseguono da 21 giorni, ma in Italia non si dà notizia alcuna, i media di regime temono che l’esempio albanese possa condizionare l’opinione pubblica italiana e, dunque, censurano la notizia. Ventuno giorni di protesta non hanno trovato riscontro mediatico. L’informazione ha il bavaglio e la benda sugli occhi quando sono i popoli dopo la sbornia liberista a prendere coscienza che la democrazia liberista è prona solo alla legge del più forte. La risposta del governo socialista albanese svela il livello di democrazia e libertà nell’ex stato comunista:
“Un governo non si fa piegare dal rumore”
Se una simile affermazione fosse stata fatta da un governo inviso agli interessi occidentali sarebbe oggi di pubblico dominio.
Le proteste del popolo sono solo “rumore” e tale affermazione rammenta l’aneddoto che i rivoluzionari raccontavano di Maria Antonietta, a chi informava la regina che il popolo aveva fame, rispondeva “Mangiassero le brioche”. L’aneddoto è falso, ma le parole del governo albanese sono vere.
La voce del popolo in una democrazia non è “rumore”, ma è la voce della coscienza popolare stanca di sudditanza e di vivere nell’impotenza, mentre “il liberismo avanza a ritmo di resort e di sradicamento delle identità patrie”. La Rivoluzione dei fenicotteri, così è stata denominata la protesta, si spera possa trasformarsi in altro e possa essere l’incipit della consapevolezza di un popolo e dei popoli. La speranza non è “rumore”, ma è radicamento nella realtà e comprensione critica e progettuale; tutto questo comincia a delinearsi in Albania.
Salvatore A. Bravo
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