• Settembre 3, 2026 6:07 am

La sinistra non è woke. Parte seconda. La cultura woke e il tribalismo

Dibasnews

Ago 27, 2026

Premessa: l’articolo che segue è il  secondo ed ultimo contributo all’analisi critica del testo “la sinistra non è woke” di Susan Neiman. Potete leggere la prima parte su https://www.linterferenza.info/cultura/la-sinistra-non-e-woke-parte-prima-la-cultura-di-sinistra-e-luniversalismo/

Abbiamo visto nella prima parte che l’autrice pone l’universalismo alla base delle teorizzazioni e della sensibilità della sinistra. Alla base del woke ci sarebbe invece il suo opposto, quello che l’autrice definisce tribalismo.

L’universalismo richiede una maggiore capacità di astrazione rispetto al tribalismo, che si fonda sul riconoscersi in gruppi di persone accomunate da prossimità e da caratteristiche evidenti, facilmente percepibili. Si potrebbe quasi dire, a mio parere, che vi sia una differenza anche a livello cognitivo, dato che la capacità di astrazione è caratteristica del pensiero superiore, associato ai lobi prefrontali. Riconosco tuttavia che si tratta di un’ipotesi azzardata e, per certi aspetti, piuttosto lombrosiana.

L’universalismo consiste nel riconoscersi tutti come esseri umani che rifuggono il dolore, desiderano vivere liberi e considerano questi principi come diritti fondamentali che non devono essere violati.

Il relativismo culturale, che pure ha origini nobili, sfocia spesso nel razzismo. A questo proposito è illuminante quanto riportato a pagina 36:

«Durante la guerra in Vietnam era normale sentire commentatori statunitensi spiegare con solennità che, per gli asiatici, morire fosse meno grave che per gli altri. Ricordo ancora l’espressione sincera di quei giornalisti.»

Di conseguenza, l’uccisione di un americano non veniva considerata sullo stesso piano di quella di un asiatico. [N.d.R.: Una gerarchia tra gli omicidi che mi ricorda la recente legge sul femminicidio.]

Le moderne tribù si organizzano intorno ai concetti della cosiddetta “cultura e politica identitaria”, costruendosi attorno a caratteristiche quali il sesso, l’etnia o la religione, assunte come tratti distintivi e come fondamento di una presunta superiorità o, comunque, della rivendicazione di un trattamento privilegiato. Nonostante queste tribù parlino generalmente di inclusione, hanno bisogno di escludere e di individuare dei nemici. [N.d.R.: Né il movimento LGBT+, né il femminismo, anche nelle sue versioni più intersezionali, riescono a comprendere gli uomini; il maschio bianco cisgender resta anzi il nemico dichiarato, anche quando versa in condizioni disperate.]

Stranamente, l’autrice non parla mai delle lobby e di quella che considero la progressiva trasformazione delle nostre democrazie in sistemi di lobbying. Non più giustizia per tutti, ma “ascolto” dei gruppi più influenti, di chi riesce a farsi sentire, mentre altri rimangono sempre esclusi dal “salotto buono”.

Ogni tribù riconosce dunque i propri membri sulla base di qualche caratteristica, spesso rivendicando in senso positivo ciò che la società aveva originariamente imposto come etichetta stigmatizzante.

Molte tribù si strutturano quindi attorno alla consapevolezza, reale o presunta, di essere vittime. Proprio di recente ho sentito una sorta di proverbio o aforisma: «Chi si atteggia a vittima finisce per fare vittime.»

Viene immediatamente in mente la politica di Israele. È indubbiamente vero che gli ebrei siano stati vittime di numerose persecuzioni nel corso della loro storia e di un vero e proprio tentativo di genocidio da parte dei nazisti. Sono quindi stati spesso nella condizione di vittime. Sarebbe però una fallacia logica ritenere che chi è stato vittima, proprio in virtù della propria esperienza, non possa diventare a sua volta carnefice.

L’autrice individua correttamente la crescente attenzione che la storiografia moderna ha dedicato alle vittime, cioè a coloro che hanno subito la violenza e la prevaricazione dei potenti. Ciò ha generato una forte empatia che, talvolta, ha finito per offuscare il senso critico.

A mio parere, pesa anche la nostra formazione cristiana, sintetizzata nel passo evangelico: «Beati gli ultimi, perché saranno i primi a entrare nel regno dei cieli», insieme a un certo manicheismo che ci porta a dividere nettamente il mondo in buoni e cattivi e ad assegnare il ruolo di vittima, e quindi implicitamente quello di “buono”, a determinati soggetti una volta per tutte.

La storia ha smentito questi preconcetti, e non soltanto nel caso degli ebrei e di Israele.

Vorrei ora parlare di quella che ritengo essere la più potente tribù o lobby del nostro tempo, quella femminista, che sarebbe riuscita a diventare uno degli assi portanti dell’ideologia dominante.

L’autrice ne parla soltanto in modo occasionale e, in alcune parti del libro, si premura di dichiarare la propria adesione all’idea del patriarcato. A mio avviso, ciò costituirebbe un’ulteriore dimostrazione della forza della suddetta tribù o lobby.

L’ascesa del femminismo può essere letta attraverso la categoria della “profezia che si autoavvera”, concetto formulato dal sociologo Robert K. Merton nel 1948. Questa breve conclusione riflette esclusivamente le mie analisi e non quelle dell’autrice del testo:

Prendiamo, ad esempio, l’interpretazione corrente della violenza di genere. Si parte dall’idea che la donna sia sempre vittima dell’uomo e di una società maschilista e patriarcale. Si cercano conferme nella storia indagando esclusivamente la condizione femminile e non anche quella maschile; si dà per scontata una rigida continuità storica fino ai giorni nostri; si istituiscono centri che accolgono esclusivamente vittime femminili, con la conseguenza che la violenza subita dagli uomini rimane in larga parte invisibile e non raggiunge l’attenzione dei media. In questo modo si finisce per confermare l’idea dalla quale si era partiti: che la donna sia sempre vittima dell’uomo e della società. Come corollario, chi mette in discussione questa interpretazione viene considerato complice della violenza sulle donne.

Renato Rapino

fonte:

Di basnews

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