di lorenzo merlo

Non sarà con la delega alla politica che, a un certo punto, la mota in cui versiamo se ne andrà, lasciandoci lindi e felici. Se accreditiamo una speranza per uscire dall’oscurità progressista, la dobbiamo coltivare noi, direttamente in prima persona. Diversamente, la deriva verso gli edulcorati lidi esiziali dell’apparenza non potrà arrestarsi, ma solo mantenere lo status quo di lacrime in cui versiamo.

Voi

Che facciamo dei sentimenti? Togliamo pure quelli? Sono un’impressione culturale? Con cosa li sostituiamo? Con un nome? Come disabile per storpio, diversamente bella per racchia? Ma non è peggio disabile? Uno storpio può essere più abile di uno normale, o volete scriva normodotato? E non è bella la donna che amiamo e che racchia non si sente? Avete perso la testa. O devo dire altro? Avete salpato dalle banchine della natura e ora siete alla deriva verso i lidi della perdizione. Avevate il paradiso alla mano e avete scelto quello vuoto dell’io voglio. Avete scambiato lo scientismo per la scienza. Avete optato per la conoscenza senza sofferenza. Siete perduti e con voi tutti noi. Perché siete voi che comandate la terra. Anzi, che vi fate comandare credendo non ci sia nessuno sopra a dirigervi. Siete voi quei pazzi che sostengono che la realtà sia indagabile facendola a pezzi. Sì, la realtà è a pezzi, ma solo nella testa di voi pazzi.

Comunque, che facciamo coi sentimenti e i loro pensieri? La domanda è cruciale. Li volete a suon di blasfemi diritti sui futili binari del vostro ego, come se l’intera ferrovia fosse stata fatta per voi? Come se agli snodi non ci fosse altro all’infuori della segnaletica che vi siete creati?

Voi non esistete senza un pensiero che vi abbia creati. Nessuno esiste da solo. L’essere non siete voi. Voi, come tutti, avete un’origine, chiamatelo come il vostro credo vi impone di fare, non conta nulla, sono differenze formali. La sostanza è una sola per tutti. È questo il punto. Tutti, per quanto in tempi spesso diversi, viviamo le medesime emozioni, i medesimi sentimenti, le medesime aspirazioni. Non vi basta per riconoscere l’unità che ci esprime e che in noi si esprime? Non vi basta per ridimensionare chi, con arroganza incontenibile e arimanica, crede di essere proprietario di se stesso? Per ritrovarvi davanti all’evidenza che è proprio la vanità a tenervi nella ruota spiritualmente, e non solo, esiziale del desiderio-soddisfazione?

Campioni del mondo

Non si tratta di chiedersi come fare a uscirne, rivolgendo lo sguardo all’esterno. Solo una personale evoluzione permette di superare la soglia del piccolo uomo nietzschiano, quel becero individuo che arriva a portare a ragione della sottomissione alla propria ideologia le vicende personali, come se il mondo fosse fermo nel punto in cui solo a lui ha impedito di andare avanti, cioè di liberarsi da ciò che gli impedisce di sentire dietro di sé, nella sua biografia, le sue misere ragioni, e di riconoscere l’essere universale che lo precede. O quello che crede ci sia la verità soltanto sotto il suo vetrino, analizzato a prova di metodo scientifico. Un fatto drammatico in sé e anche per la cultura che contiene e propugna, che comporta l’autoconferimento del diritto di giudicare il prossimo con la storiella del buon senso e – incredibile – del pregiudizio, come se la narrazione della realtà esistesse senza di noi. Cristallo di scientismo! Che è convinto che una testa staccata dal corpo sia ancora una testa, che una libellula senza ali sia semplicemente una libella e delle ali. Due campioni del mondo, facilmente progressisti, ognuno con la propria pletora di tifosi. Due fenomeni a spulciare il dito. Due inetti a cogliere la luna. E purtroppo veri corpi morti, che trattengono la condizione umana nello stato mortificato in cui versa.

“La ricerca scientifica ci ha dimostrato che i cani hanno l’olfatto più sviluppato di quello umano”. Testuale, da una recente pubblicità. Grazie a voi, corpi morti.

Tutti noi

Ma dare la responsabilità fuori da noi stessi, come ho appena fatto, anch’io trascinato dalla forte deriva che tutto devia, non è la via per superare lo status quo. La via sta nel riconoscere che, come i sentimenti ci fanno Uno soltanto, tutte le circostanze, anche quelle deplorevoli, che vediamo nel prossimo sono già presenti in noi. È il dominio dell’io sul sé, entità che non ha nulla da difendere né nulla per cui attaccare. Circostanze che, una alla volta, ci fanno percorrere tutto lo spettro dei ruoli, da uno al suo opposto. Dalla vittima all’aguzzino. Dal perbenista democristiano al becero evocatore dell’hazet 36, perché – irritato ci ammonisce e ci dice – la pazienza ha un limite. Siamo saldamente in mano a questa sciatta umanità replicante, incapace di apprendere dal suo opposto, ma solo da quanto già trova nella sua scatoletta tutta bella ordinata, con dentro tutte le cosine imparate a scuola.

Dunque la via per riconoscere in che termini siamo tutti corpi morti, alimentatori dello status quo dal quale vorremmo fuggire o che vorremmo cambiare, è la solo che contenga il rischio e la speranza di uscire da questa mota. È la via cristica. Non sta nel sapere cognitivo, ma in quello estetico del cuore.

Un’ultima considerazione. L’utopia è tale solo per chi non ne ha la visione, ovvero la fede. O la visione non è reale perché non scientificamente provata?

Corpi morti!

“Ogni uomo è chiuso nelle sbarre della propria logica e non sfuggirle. V’è chi dice ingenuamente: «Credo soltanto in ciò che vedo», invece è vero il contrario: vedo soltanto ciò in cui credo. Il resto è invisibile” (1).

Nota

  1. Piero Scanziani, Avventura dell’uomo, Milano, 2020, Utopia, p. 187.

Di BasNews

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