In queste ore si susseguono comunicati e dichiarazioni atte a presentare la prossima Manovra di Bilancio come virtuosa, una sostanziale risposta alle istanze sociali, imprenditoriali ed economiche per la crescita del paese, per rendere il sistema fiscale più equo e solidale. Un documento di Bilancio può essere letto in svariati modi, ad esempio, prendendo solo dei singoli punti per tessere le lodi dell’Esecutivo di torno. Con il testo della proposta di Legge alla mano potremo smentire punto su punto le dichiarazioni di un Governo che intanto sfugge ad ogni domanda in conferenza stampa.
Proviamo allora a rispondere alcune domande:
- L’economia cresce con la riduzione delle tasse? Non proprio, con un fisco più pesante di quello attuale, la crescita economica risultava di gran lunga maggiore di quella odierna, oggi abbiamo irrisori aumenti del Pil pari a mezzo punto percentuale, manca un settore trainante (come fu per la produzione di elettrodomestici), la nostra manifattura dipende da quella tedesca che da anni è decisamente in crisi. La nostra posizione è diametralmente opposta a quella dei sindacati rappresentativi, non siamo contrari ad accrescere le aliquote fiscali stabilendo equità e progressività nel sistema fiscale, convinti che gli aiuti alle imprese non siano serviti per accrescere gli occupati (senza contratti a tempo e precari), per aumentare i salari, per investire in formazione e sviluppo come sarebbe stato logico e necessario.
- Stato leggero eccezion fatta quando aiuta le imprese? Se lo Stato si sostituisce alle aziende utilizzando la leva fiscale per portare qualche beneficio alle buste paga, il cui potere di acquisto è per altro in perenne erosione, alla lunga mancheranno i soldi per il welfare. Lo Stato già aiuta le imprese con ammortizzatori sociali, con aiuti di vario genere, non si capisce perché le imprese debbano accrescere i loro utili e profitti, perché debbano ricevere grandi vantaggi dalle quotazioni in Borsa e poi al momento di restituire parte delle loro ricchezze sotto forma di incrementi salariali vadano a battere cassa aallo Stato.
- E i sindacati? I sindacati chiederanno al Governo di aumentare la detassazione delle tredicesime e del salario accessorio in cambio, magari, di deroghe ai contratti nazionali accrescendo la produttività. E il Governo intanto ha anticipato la richiesta con una tassazione al 15%, fino a 800 euro, per il salario accessorio e indennità (non meglio definite) ricorrenti. Fatti poi due conti i benefici saranno nel migliore dei casi 20 euro al mese, una miseria a confronto dei contratti siglati con grave perdita di potere di acquisto. Ancora una volta la detassazione del salario accessorio è lo specchietto per le allodole che nasconde la erosione del potere di acquisto dei salari dopo decenni di rinnovi al di sotto del costo della vita.
- Si colpisce la classe media? Le entrate in busta paga saranno superate dalle uscite, infatti, aumentando, pur di poco lo ripetiamo, lo stipendio, cresceranno anche le tasse. I redditi vicini ai 35 mila euro lordi all’anno saranno i più tartassati per il mancato adeguamento delle aliquote Irpef, delle detrazioni e dei bonus fiscali, ragion per cui il lieve incremento salariale verrà superato dalla maggiore pressione fiscale. Sia sufficiente, infatti, qualche ora in più di straordinario (su richiesta delle imprese e imposizione da parte dei contratti nazionali) per superare la soglia oltre la quale la tassazione diventa maggiore.
- La domanda senza risposta è perchè inserire dei paletti in una soglia media delle retribuzioni quando invece si sceglie di non attaccare i grandi capitali? Perfino le simulazioni della Cgil sono impietose come si evince dalla stima dell’impatto su vari salari della detassazione sugli aumenti contrattuali, del drenaggio fiscale e della riforma IRPEF. Leggiamo testualmente dal sito nazionale della CGIL:
“La detassazione degli aumenti contrattuali è solo una delle rivendicazioni di quel pacchetto. La parte più rilevante, invece, riguarda il drenaggio fiscale che – tra il 2022 e il 2024 – ha sottratto ben 25 miliardi di euro a lavoratori e pensionati. L’Esecutivo ha preso in considerazione solo la prima richiesta, peraltro limitandola fortemente. Noi abbiamo proposto la detassazione degli aumenti da Ccnl per tutte e tutti; è stata invece prevista solo per i redditi fino a 28.000 euro, sostenendo che, per le altre fasce di reddito, interverrà la riduzione della seconda aliquota dell’Irpef dal 35 al 33%. Segnaliamo, però, che per un lavoratore con un reddito di 30.000 euro lordi annui, quella riduzione vale 3 euro al mese, cioè sostanzialmente nulla. Ma ciò che conta di più è il problema del fiscal drag. Il Governo ha deciso di non restituire il pregresso che, se consideriamo anche il 2025, arriva a far pagare fino a 2.000 euro in più, in media, ai lavoratori. E, come se non bastasse, hanno scelto di non neutralizzarlo per il futuro, attraverso l’indicizzazione automatica all’inflazione dell’Irpef (scaglioni, detrazioni, trattamento integrativo, eccetera). E questo – se possibile – è ancora più grave: così facendo, con una mano si dà qualcosa, poco, a chi vive di reddito fisso, con l’altra si prende molto di più. Ipotizzando, infatti, un aumento da Ccnl nel 2025 del 2% (Ipca-Nei pubblicato dall’Istat): un lavoratore con un reddito annuale di 15.000 euro lordi, anche considerando la detassazione al 5% di cui sopra, otterrà 259 euro netti all’anno in più in busta paga, ma si vedrà drenati 130 euro, dimezzando il vantaggio; un lavoratore con 20.000 euro lordi di reddito, a fronte di un aumento netto di 345 euro, ne perderà 513.E più si sale, peggio è: fino ad arrivare a un lavoratore con 35.000 euro lordi annui, che otterrà sì un aumento contrattuale netto di 413 euro, ma subirà un drenaggio fiscale di 1.566 euro, che non verranno certo compensati dagli 88 euro di beneficio ottenuto dal taglio della seconda aliquota dell’Irpef previsto per il 2026.Questo sistema perverso continuerà a far impoverire lavoratori e pensionati all’infinito, fino a quando il drenaggio non sarà fermato”.
Quali potrebbero essere le nostre richieste dentro una prospettiva conflittuale e di classe?
Tante aliquote fiscali quante ne esistevano 40 anni fa, un fisco che guardi meno ai redditi sotto 35 mila euro e assai di più a quelli sopra i 100 mila, aumenti contrattuali adeguati al potere di acquisto. Una riforma del drenaggio fiscale, o per dirla alla inglese, fiscal drag, che poi è l’aumento del fisco in base al rapporto tra imposte dirette ed indirette, contributi sociali e PIL, rivedere i meccanismi a vantaggio dei redditi medio bassi, specie in periodi nei quali l’inflazione cresce sensibilmente come avvenuto negli ultimi anni.
La detassazione degli aumenti contrattuali al 5% è destinata ai redditi sotto i 28 mila euro, a noi questa misura sembra del tutto demagogica e insufficiente, insomma se le inventano di tutte per giustificare le politiche di austerità salariale. Per chi possieda ad esempio oltre 2 milioni di reddito potrebbe essere applicata una aliquota tale da avere diversi miliardi di euro da investire nel welfare. Questa sarebbe una scelta coraggiosa e con benefici immediati sul nostro stato sociale accrescendone i servizi, tuttavia per affermare una scelta del genere sarebbe necessaria una forte volontà politica per porre fine alla speculazione finanziaria e alla disuguaglianza sociale.
Il potere di acquisto non si salvaguarda con la riduzione delle tasse ma con aumenti salariali, se poi il fisco vuole essere equo e non vessatorio dovrebbe stabilire delle regole vantaggiose per i salari medi e bassi ma questa scelta farebbe entrare il proponente (il Governo) in rotta di collisione con i poteri forti e con la Finanza che invece guarda con interesse e compiacenza le politiche della Maggioranza di centro destra. E allo stesso tempo sarà il caso di ricordare che le prime dichiarazioni rese da Cisl e Uil sono di plauso alla attività del Governo proprio per i tagli di tasse alle tredicesime, ai premi di risultato, misure che alla fine non aumentano le buste paga, non alzano la paga oraria e i contributi previdenziali e avvengono a discapito del welfare che avrebbe forte bisogno di risorse da destinare a famiglie, giovani, sanità e istruzione.
Federico Giusti
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