Siamo tra color che sono sospesi. Stasera Trump terrà un discorso in cui sembra che annuncerà alcune decisioni, ma non si sa davvero quali o meglio non sappiamo se darà il via a un’operazione di attacco a terra quasi certamente destinata al fallimento o se invece dirà di aver vinto e lascerà perdere. In pratica non si riesce bene a comprendere se la concentrazione di aerei da attacco al suolo, in corso da alcuni giorni, sono l’estremo tentativo di impaurire Teheran e costringerla a un tavolo di pace per quanto fasullo esso sia, oppure The Donald tenterà la sorte con un attacco per cercare di liberare lo stretto di Hormuz o ancora, voglia mettere in piedi un’operazione dimostrativa per colpire parte delle forze iraniane sullo Stretto, dopodiché dichiarare vittoria e ritirarsi come un miles gloriosus. Molte variabili sono in gioco e come scrive il Wall Street Journal, Trump e i suoi collaboratori hanno valutato che una missione per forzare l’apertura di Hormuz prolungherebbe il conflitto oltre la sua previsione di quattro-sei settimane ( ma anche questa è una menzogna), il che ovviamente comporterebbe enormi spese che gli Usa non possono permettersi e un consumo di armi insostenibile. Dunque la terza ipotesi è quella più vicina alla realtà: ovvero indebolire la marina iraniana e i suoi arsenali missilistici, esercitando al contempo pressioni diplomatiche su Teheran affinché riprenda il libero flusso commerciale. Anche se gli iraniani non ci stanno, la Casa Bianca dirà comunque di aver vinto.
Insomma dietro le righe si comprende che la Casa Bianca sta valutando la possibilità di rinunciare all’azione di terra perché non ha la possibilità di riaprire il Golfo con mezzi militari o di altro tipo. La Marina statunitense non dispone delle attrezzature di base per riaprire i passaggi marittimi – navi per lo sminamento – e non ha la capacità di resistere all’attacco di missili, droni e siluri che distruggerebbero le sue navi qualora tentassero di attraversare lo Stretto. L’Iran controlla 270 gradi della curva del canale. La sua costa è montuosa e offre numerosi nascondigli da cui è possibile lanciare armi. Per riaprire il canale con la forza, sarebbe necessario un esercito di oltre 100.000 uomini per invadere, conquistare e mantenere il controllo della costa iraniana, ma non esistono forze di questo tipo. Fondamentalmente però gli Usa potrebbero anche accettare che l’Iran ponga una sorta di pedaggio sul passaggio attraverso Hormuz perché è più economico che fare una guerra che potrebbe prolungarsi indefinitamente, senza pensare poi alle perdite che certamente verrebbero subite. E questo senza nemmeno pensare a sviluppi che potrebbero implicare l’intervento di Cina e Russia.
Il sistema dei pedaggi in rial, cioè nella divisa del Paese che il governo iraniano vuole porre come riparazione alle spese di guerra, in realtà non dispiace a nessuno, oltre ai Paesi come Russia e Cina che hanno comunque via libera, insieme a un altro gruppo di nazioni: per l’Asia e l’Europa è più conveniente pagare un pedaggio, diciamo del 10%, sull’ingente quantità di petrolio che transita attraverso lo Stretto, piuttosto che pagare il 100% in più rispetto al prezzo precedente a causa dei limiti dell’offerta. Anche per gli Stati del Golfo sarà più redditizio vedere il petrolio fluire, anche se il pedaggio aggiuntivo potrebbe causare un leggero calo della domanda, piuttosto che subire la chiusura delle vendite di petrolio a causa di un blocco a tempo indeterminato e la distruzione dei propri impianti energetici, fatto che spazzerebbe via loro e le loro case regnanti. Per gli stessi Stati Uniti la cosa sarebbe vantaggiosa perché potrebbero alzare di un po’ il prezzo delle loro esportazioni di petrolio e di gas.
La variabile davvero incognita sono Netanyahu e il governo di Tel Aviv il cui scopo è invece la distruzione dell’Iran come potenza regionale in modo da non aver più ostacoli sulla strada della Grande Israele. Sono riusciti a persuadere Trump che la guerra all’Iran sarebbe stata questione di pochi giorni, anche se sapevano che così non era. Insieme avrebbero decapitato la leadership di Teheran, che sarebbe crollata proprio come era successo a Hezbollah – o almeno così sembrava allora – dopo che Israele aveva assassinato Hassan Nasrallah, leader spirituale e stratega militare del gruppo libanese. Per ricordare questo evento Netanyahu aveva persino regalato a Trump un cercapersone placcato in oro, dello stesso tipo servito alle stragi in Libano proprio contro Hezbollah. Il fatto che questa organizzazione si sia ripresa e che oggi faccia vedere i sorci verdi all’esercito israeliano, non ha avuto effetto sulla tarda mente trumpiana che soltanto adesso si sta rendendo conto di essere stato preso in giro, anche se, ovviamente, non può ammetterlo nemmeno con se stesso e finirà per dare la colpa a qualcun altro. Ma in ogni caso è a Tel Aviv che si deve cercare il cuore di tenebra della guerra in corso e saranno decisive le sue capacità di ricatto verso la Casa Bianca, di qualunque natura esse siano.
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