• Agosto 11, 2026 2:48 am

Retorica delle eccellenze e mito della performance

Dibasnews

Lug 17, 2026

La riforma della Valutazione dei dirigenti pubblici, il DDL merito, è un pericolo oggettivo per l’autonomia della Pubblica amministrazione dalla politica, Siamo dinanzi al velenoso frutto dell’ideologia dominante con impatti negativi per il potere di contrattazione degli stessi sindacati. Una idea più precisa ce la faremo quando usciranno i decreti attuativi ma fin da ora le linee tracciate consentono di esprimere valutazioni e critiche precise all’intero impianto della ennesima controriforma Valditara.

Sorgono da più parti perplessità in merito all’operazione annunciata: i risparmi derivanti dalla valutazione dei dirigenti saranno indirizzati al restante personale. E affermando il principio per cui potremo diventare dirigenti, di seconda fascia, senza concorso, non saremo davanti a meccanismi di mera cooptazione politica?

Proviamo a ragionare su questi due punti salienti della nuova valutazione dei dirigenti. Qualcuno stoltamente gioisce alla sola idea che una parte dei soldi non dati ai dirigenti transitino verso gli altri dipendenti; una gioia immotivata perchè non è dato sapere dove finiranno questi fondi, il loro ammontare, se contribuiranno a pagare le cosiddette eccellenze. E, in ogni caso, per quale ragione decurtare il salario di secondo livello dei dirigenti con un intervento populista che per altro occulta una realtà scomoda? Da 15 anni gli stipendi dirigenziali sono aumentati visibilmente e la forbice rispetto ai salari del personale della PA si sta allargando. Pensiamo invece alla valutazione dei dipendenti con qualifica non dirigenziale affidata in parte alla utenza che mal digerisce la riduzione dei servizi pubblici, incline ad attribuire al personale la responsabilità di ritardi e disservizi derivanti dal Ministero. Se questa utenza dovesse valutare, anche solo in minima parte, il personale, siamo certi che arriverebbero per lo più giudizi negativi con immancabili tagli economici al salario accessorio.

Senza giri di parole, le novità della riforma Zangrillo rappresentano un oggettivo pericolo per la stessa contrattazione sindacale. Quanto oggi avviene ai dirigenti della PA presto avverrà a tutti gli altri. I dirigenti senza concorso non sono un valore aggiunto per la PA specie se la loro scelta è fortemente influenzata da pressioni politiche.  La scelta dei dirigenti negli Enti locali e in sanità non puo’ essere paragonata con quella dei ministeriali, il Governo avrebbe dovuto prevedere prove di esame diverse, il rischio che corriamo è quello di porre fine alla imparzialità e all’autonomia della Pubblica amministrazione. 

Per l’organo di revisione da ricordare la nomina politica del solo presidente con il sorteggio per i restanti componenti, escludendo gli interni da questi organismi.  Per gli enti locali, l’ingresso della valutazione dei cittadini presenta anche innumerevoli contraddizioni; se un ufficio non ha personale sufficiente o adeguatamente formato, l’eventuale valutatore andrà a guardarsi il Piano di assunzione e la dotazione organica di certi uffici? 

In tutta sincerità, pensiamo che il cittadino valutatore sappia discernere tra negligenza individuale da disservizi costruiti attraverso anni di tagli e revisioni di spesa? In una ottica privatizzatrice allora si vuole consegnare ai cittadini un’arma demagogica e populista con cui governare i servizi pubblici e con ripercussioni negative anche sull’azione sindacale. E i soli a non essere sul “banco degli imputati” saranno gli amministratori ai quali spetta invece la scelta del Piani di fabbisogno di personale; quelli politici potranno dormire invece sonni tranquilli.

Ogni paragone tra azienda pubblica e privata sarebbe fuorviante, pensare che dei servizi siano gestiti come una azienda il cui operato potrà dirsi positivo in presenza di profitti e fatturati ci porta lontano dalla stessa natura e funzione della PA.  

Nella moderna teoria dei processi di valutazione si parla prosaicamente di armonia tra valutatore e valutato, si dimentica che le ingerenze della politica nella macchina amministrativa confermano la mancanza di autonomia del dipendente pubblico. Siamo certi che anni di performance e valutazione non abbiano migliorato i servizi pubblici specie se la tendenza è stata quella di ridurre gli organici, la spesa per i processi formativi attraverso appalti al ribasso e processi di esternalizzazione. Per motivare il personale della PA avrebbero dovuto da tempo eliminare le crescenti disparità di trattamento tra comparti della PA, al contrario si va verso un sistema valutativo che tende a ridurre il numero dei dirigenti al massimo della valutazione sapendo che poi gli stessi processi saranno reiterati per il restante personale.

Leggiamo sovente che l’obiettivo delle riforme è quello di evitare l’appiattimento delle valutazioni verso l’alto, era lo stesso intento della  prima riforma Brunetta che ha portato solo svantaggi alla Pubblica amministrazione, per questo davanti al riproporsi di ideologie e culture divisive manifestiamo totale perplessità ricordando le penalizzazioni insensate subite dal personale.

Non si capisce poi perchè si debba stabilire per legge che i punteggi più alti per i dirigenti non potranno che essere attribuiti a meno del 30 per cento degli stessi, un principio  molto probabilmente da estendere agli altri dipendenti per allontanare molti di loro dalla progressione orizzontale resa già difficile da sentenze che la limitano al  50% degli aventi diritto. Contraendo i beneficiari dei punteggi massimi si costruisce una macchina pubblica con disparità crescenti.

Stesso discorso vale per i premi per le eccellenze attribuiti al massimo al  20 per cento del personale. I dipendenti pubblici vanno pagati meglio ed è proprio la dinamica salariale e contrattuale bisognosa di intervento; al contrario si continua a perorare la causa di una performance riparatoria e portatrice di equità.

Il giorno in cui capiremo che eccellenze e merito sono armi ideologiche per ridurre alla mera subalternità lavoratori e sindacato forse sarà troppo tardi per intervenire.  Corriamo il rischio di accogliere con enfasi e favore delle riforme che presto potrebbero ritorcersi contro il personale, concetti quali la flessibilità nel privato hanno accresciuto la produttività senza un euro di aumento, la capacità di decidere e agire con velocità e decisione si scontrano con processi decisionali della politica indirizzati alla realizzazione dei programmi di mandato piuttosto che a costruire una macchina organizzativa pubblica efficace e attrezzata ai reali bisogni della popolazione.

I prossimi mesi ci diranno se siamo davanti a una riforma epocale o invece, come crediamo, ad un processo atto a ridimensionare la funzione pubblica, a costruire delle gabbie salariali e dei processi che si abbatteranno sul salario accessorio dei dipendenti pubblici. Lasceranno, svilendone ruoli e funzioni, alle Rsu il compito di stabilire le percentuali delle eccellenze alle quali destinare quota della produttività maggiorata, pochi prenderanno più soldi senza criteri oggettivi e con le risorse destinate alla contrattazione di secondo livello della totalità del personale. Basterebbe questa semplice considerazione a respingere l’intera operazione la cui natura ideologica resta funzionale alla cosiddetta cultura del merito e della performance che negli anni hanno palesato un solo risultato: contrarre i salari e accrescere il controllo sui salariati mettendoli all’occorrenza gli uni contro gli altri. 

fonte:

Di basnews

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