Abbiamo assistito nei giorni scorsi a una marea di insulti sessisti verso Maria Zacharova, portavoce del ministero degli esteri russo, perché si era permessa di citare il crollo della Torre dei Conti come un esempio di cattivo uso del denaro pubblico: “Finché il governo italiano continuerà a spendere inutilmente i soldi dei suoi contribuenti per l’Ucraina, l’Italia crollerà tutta, dall’economia alle torri”. Apriti cielo: in questi anni dire una palese verità è un peccato che non viene perdonato a nessuno, figuriamoci due, ovvero lo spreco di denaro pubblico per sostenere una guerra già persa e l’assoluta superficialità e micragnosità con cui si gestisce il patrimonio culturale. Le due cose insieme sono state insopportabili per un milieu politico che vive di meri espedienti retorici, privi di qualsiasi sostanza che non sia l’obbedienza ai sinedri finanziari. La lingua batte dove il dente duole e si ha il coraggio di prendersela con una notazione per nulla offensiva della Zacharova, quando da anni i tromboni e i pifferi di destra e di sinistra, che potremmo tranquillamente chiamare orchestrina Rothschild, si esercitano a sputare sulla Russia e sulla sua cultura, con la coscienza immacolata di chi non ne ha mai avuta una o l’ha scambiata da tempo immemorabile con un piatto di lenticchie che, ovviamente, paghiamo noi.
Figuriamo poi quando si tratta della ristrutturazione di uno dei rari edifici medioevali della capitale per farne un teatrino contemporaneo con tanto di openspace e di caffetteria sulla terrazza, una di quelle idee bislacche che tanto piacciono a chi vive di americanate e di modernità d’accatto. Il problema è però un altro: gli insulti sessisti sono venuti proprio da quegli ambienti che hanno fatto del politicamente corretto il loro mantra, rivelando che si tratta solo di una superficiale vernice che si scrosta alla prima occasione, rivelando a pieno l’ipocrisia sottostante. Però è una caratteristica del mondo occidentale contemporaneo quella di non avere mai un solido retroterra sul quale appoggiare le proprie concezioni e valori, ma solo cartapesta che si finge acciaio. La ragione è ovvia: tutto il discorso pubblico è un elaborato scenario che ha scopi diversi da quelli dichiarati e volti alla salvezza del sistema e di chi lo incarna ovvero le grandi oligarchie. Si chiama in termini filosofici eterogenesi dei fini, ovvero qualcosa è presentato come un valore accettabile o irrinunciabile per nascondere lo s,copo ultimo, ma celato che è proprio la negazione delle radici stesse dei valori asseriti. Per fare un esempio possiamo prendere l’immigrazionismo che si basa sulla confusione fra diritti teorici e diritti fattuali: dietro le buone intenzioni dell’accoglienza e della possibilità per tutte le persone di andare dove vogliono, si nasconde lo scopo effettivo di creare le condizioni ideali per la precarietà del lavoro e la precarietà sociale in genere. Che si traduce poi in più accumulo di capitale, più potere, più autoritarismo, sia nei Paesi di origine che in quelli di destinazione. È una delle declinazioni del globalismo. Per esempio, di questo universo fa parte una folle politica climatica che si presenta come salvezza da una presunta catastrofe, asserita anche grazie a una massiccia manipolazione dei dati (ad esempio in Gran Bretagna vengono fornite temperature di fantasia da 100 stazioni meteo inesistenti ormai da decenni), ma il cui scopo è quello di aprire investimenti e dunque rendimenti per capitali che non sanno più dove andare. Naturalmente il “colpevole” è guarda caso quello più gestibile e remunerativo: dire che la radiazione solare è alla base del clima non fa guadagnare nulla, mentre sostenere che la colpa è della CO2 di origine antropica, che rappresenta peraltro appena il 4% di quella totale, è invece un ottimo modo per spendere migliaia di miliardi in vista di un Net Zero che è solo una illusione, anche se certamente non pia. Così tasse sul carbonio che fanno fuori le attività più piccole, auto elettriche, costosi cappotti delle case che provocherà poi il passaggio di molte proprietà alle banche, pannelli solari che sottraggono terreno e mulini a vento in ogni dove. Naturalmente il tutto è estremamente precario perché le cosiddette energie alternative sono per loro natura intermittenti e inaffidabili, come il black out spagnolo dimostra e hanno costi stratosferici che vengono però ripagati grazie ai contributi degli Stati e degli enti pubblici, che permettono alle società che gestiscono questi sistemi un lauto guadagno che poi si riflette direttamente nelle bollette. Ma complessivamente si ottiene l’effetto esattamente contrario a quello di preservare il pianeta: la costruzione delle “centrali” alternative è alla base di emissioni di carbonio superiore a quello risparmiato; le batterie necessarie a mantenere in vita questo mondo di fantasia creano un problema enorme di estrazione dei materiali necessari, tanto che le foreste pluviali in Indonesia e altrove sono sostituite da miniere a cielo aperto per ricavare nichel; le pale eoliche diffondono pulviscolo di materiale tossico disseminando i terreni agricoli dei loro veleni; il riciclo di pannelli solari e delle pale eoliche a fine vita ( una decina di anni) è oltremodo energivoro e inquinante; l’aumento della produzione di energia necessaria a far funzionare tutto questo è su scala logaritmica e alla fine aumenta l’inquinamento di ogni tipo. Eppure il benestante sull’auto elettrica è convinto di fare un’opera di bene o probabilmente se ne vuole convincere perché è troppo figo. E poi la maggioranza di costoro ha un’auto termica con cui viaggiare davvero.
Sono solo esempi della distorta narrazione in cui viviamo, per cui ogni volta che si produce uno strappo nello scenario fasullo, come appunto ha fatto la Zacharova, si cerca di tapparlo con tutti i mezzi anche a costo di farsi riconoscere per ciò che veramente si è.
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