“dedicato a coloro che ancora credono che il buon vecchio confronto costruttivo non sia morto e sepolto, al fine di creare un “varco” per superare un periodo storico triste e apatico come quello che stiamo vivendo”
Questo referendum obbliga il cittadino elettore ad assumere una dose maggiore di responsabilità, non solo perché si tratta di decidere modifiche costituzionali che prevedono riassetti di norme, carriere, organi giudiziari miranti a rendere più efficiente e trasparente l’esercizio del potere giudiziario, ma anche perché essendo una riforma di portata limitata costituisce un’occasione per aprire varchi e sentieri riformistici più ampi, in cui incuneare ceti sociali attivi, collettività politiche disperse, settori culturali sopiti, persone deluse o emarginate, al fine di ritrovare un nuovo impegno per riprendere il cammino di rinnovamento politico, economico, sociale della nazione.
Quando si pone mano alla Carta costituzionale il corpo elettorale gode di uno status di alta responsabilità rispetto all’espressione del voto politico, Il quale viene espresso su progetti e programmi di partito, quindi, di respiro parziale e circoscritto, mentre il voto referendario si manifesta su contenuti generali di sistema che obbliga partiti, istituzioni, cittadini ad attenersi al suo risultato.
La campagna referendaria va sempre più degenerando, l’uso spregiudicato di retorica deteriore, notizie menzognere, ardite manipolazioni, alterano confronto e conoscenza, generano disgusto e frustrazione, tramutano l’elettore nel tifoso irascibile di contrapposte fazioni o in resistente indiretto e passivo.
Infatti, esso, viene spinto a non usare pensiero critico ed esperienza per seguire pedissequamente schemi prodotti e indotti dall’esterno.
Tutto ciò contribuisce ad avvelenare i pozzi della convivenza civile, annichilire buon senso, logica e spirito critico, minare le fondamenta della democrazia.
Dunque, senza timori di “lesa maestà” va ribadito che tutte le idee, opinioni e posizioni politiche, sono soggette a dialettica critica, senza la quale vengono meno quelle facoltà di discernimento che ci connettono con la realtà e ci consentono di compiere scelte oculate e consapevoli.
Quando le modifiche alla Costituzione avvengono a “spizzichi e bocconi” significa che abbiamo un grosso deficit di classi dirigenti che, carenti sia di realismo che di lungimiranza, espongono il Paese a gravi sofferenze e seri rischi di involuzione.
La storia insegna che, qui, da noi, il bipolarismo imperfetto è sorto e si alimenta sui molteplici rivoli conflittuali che sfociano nel grande fiume degli arroccamenti precostituiti in cui, spesso, prevalgono gli interessi di parte su quelli generali.
È su tale contesto politico avviene gestazione e nascita dei tanti “rattoppi”alla Carta costituzionale compiuti da tutti i governi succedutisi nella seconda repubblica, siano essi di centro sinistra, di centro destra o governi tecnici.
È da molti anni, ormai, che nel paese, a tutti i livelli, è maturata l’esigenza di una organica riforma della giustizia penale, civile, amministrativa e contabile. Da decenni il mondo del lavoro, delle imprese, dei servizi e tanti cittadini comuni denunciano gli insopportabili ritardi nei processi, le palesi ingiustizie che continuano a mortificare la vita di tante famiglie, le opache interferenze non solo tra pm e giudici e tra politica e magistratura, ma anche tra magistrati, avvocati e ctu.
L’azione inquirente e giudicante spesso si svolge in uno scenario kafkiano dove a severe imputazioni seguono lievi condanne, a eclatanti inchieste silenzi assordanti, a inquietanti depistaggi discutibili archiviazioni.
Ormai viviamo in un ambito condizionante e condizionato in cui, spesso, si assiste a sentenze “ad usum delphini” figlie di opache intromissioni e pressioni di poteri interni ed esterni allo Stato.
Ben note sono le interrelazioni tra consorterie, circoli massonici, associazioni mascherate da fini umanitari e filantropici dove tra iscritti e soci figurano politici, imprenditori, banchieri, finanzieri, medici, militari burocrati pubblici e privati, clero e magistrati.
Altro che il pm che prende il caffè insieme al giudice, qui si tratta di inquietanti azioni intrecciate di un mondo opaco, non controllato, colmo di ramificazioni palesi ed occulte che offuscano la legalità, sovrastano la democrazia, occupano lo Stato.
Storia e cronaca hanno abbondantemente acceso i riflettori su questa “tela del ragno” che dal dopoguerra in poi ha alterato verità e clima democratico, le cui responsabilità non sono mai state accertate, ovvero offuscate da relazioni, interessi, influenze, scambi, coperture, complicità, apparati e gruppi di pressione, che hanno delegittimato l’autonomia, l’indipendenza, l’etica, l’autorevolezza dello Stato democratico.
Pertanto, diviene impellente l’apertura di una nuova stagione di “riformismo forte”, che spinga verso un sistema paese più moderno, più libero e più efficiente, finalmente liberato da quei lacci e lacciuoli che opprimono e umiliano.
C’è un grande bisogno di quelle riforme che oggi appaiono irrealizzabili a causa del perenne clima di conflittualità nei e tra i poteri dello Stato, dove collisioni e collusioni hanno finito per rompere il patto repubblicano, incrinare la fiducia dei cittadini verso le istituzioni, che impedisce l’evolversi del sistema democratico fondamentali articoli della Costituzione che è democratica e progressiva.
Da ciò ne consegue che sia la funzione politica che giudiziaria stenta a svolgere il ruolo loro assegnato dalla costituzione, ambedue di natura autoreferenziale, la cui conflittualità ha piu’ il sapore di sfida e prevaricazione tra poteri, che di ricerca di nuovi e più efficaci equilibri costituzionali per il bene supremo della nazione.
A tal uopo, va evidenziato che, mentre i primi due poteri costituzionali sono espressione della sovranità popolare e quindi in teoria variabili, il potere giudiziario si è andato via, via, cristallizzando in senso autarchico, perciò percepito dalla pubblica opinione come una vera e propria casta quasi impenetrabile e inamovibile.
Ne sono prova tangibile alcune tra le tante evidenze:
a)Progressione delle carriere e impatto sulla spesa pubblica;
b)Responsabilità civile;
c)Lungaggini dei processi soprattutto civili;
d)Discrezionalità sulla obbligatorietà dell’azione penale;
e)Nomine e gestione Ctu, rapporti con avvocati;
f)Presenza nei Tribunali di settori e gruppi di condizionamento e pressione;
A questo punto appare evidente una cronica debolezza della politica, di parlamenti e governi, che sino ad oggi non sono stati all’altezza di affrontare quelle riforme di cui il Paese aveva ed ha bisogno, ivi compresa un’organica riforma della giustizia.
È su tale consapevolezza che va letta questa legge di riforma dell’ordinamento giudiziario.
In passato la politica ha provato più volte a mettere mano alla questione giustizia legiferando in modo settoriale o insufficiente producendo le stesse conflittualità di oggi, che hanno aggravato la già precaria situazione piuttosto che risolverla.
Oggi, la situazione si ripropone negli stessi termini e modi di ieri, infatti, la legge di revisione costituzionale sulla magistratura è stata presentata dal governo e politicamente rivendicata come parte dell’agenda della maggioranza.
Ciò fa il paio con l’opposizione che, schierata per il No, ripropone il vecchio e collaudato schema di nascondere dietro un antagonismo estremo, la difesa di un insostenibile “status quo”.
Dunque, la storia si ripete, ma come farsa.
La realtà italiana ha dimostrato, senza timore d’essere smentiti, una endemica impraticabilità politica verso seri percorsi riformistici, tuttavia il sano realismo della libertà ci consiglia di compiere azioni concrete per obiettivi possibili utilizzando tutto ciò che le occasioni di debole respiro ci vengono fornite per affrontarle con l’acume della progettualità e la volontà del fare, per spingersi oltre l’asticella del mini riformismo aggregando forze dinamiche dentro e fuori i partiti, in modo da rendere i processi di cambiamento incisivi e partecipati.
Dunque, un voto per il Sì acquisisce un valore se, esso, viene vissuto con la consapevole volontà di procedere in continuità strategica sul tortuoso crinale del “riformismo forte”, poiché in democrazia l’elemento cruciale è unire il popolo per le riforme, perché ciò garantisce che i cambiamenti strutturali siano sostenuti da una condivisione sociale e culturale e non solo imposti da una maggioranza numerica.
Perciò è necessario superare l’attuale contesto di forte turbolenza tra i sostenitori del sì e del no, tra destra e sinistra, tra fazioni di potere trasversale, per seguire, invece, il principio di condivisione e unità nazionale. Occorre indignarsi, manifestare le critiche in modo libero, trasparente, costruttivo, non “contro” qualcosa, ma “per” un obiettivo comune che è la stabilità, l’efficacia duratura e la continuità permanente dei processi di riforme politiche e sociali.
Le riforme non sono solo norme tecniche, incomprensibili ai più, ma sono investimenti politici e culturali contro lo “status quo” e la palude politico-istituzionale- giudiziaria che imbriglia e frena il Paese.
La battaglia riformista richiede coinvolgimento, passione e controllo democratico da parte di migliaia e migliaia di persone organizzate e non, che, a partire dal dopo referendum, se vincenti, vigilino sui procedimenti legislativi ordinari di attuazione della riforma o,
se perdenti, continuino a lottare per più avanzate conquiste democratiche e sociali con all’orizzonte l’avvio di un’Assemblea Costituente, iniziando sin da ora e tutti insieme con lo smascherare tutti quei paladini dello “status quo” entrati di soppiatto in entrambi gli schieramenti del Sì e del No.
Prof. Renato Cittadini
( già Sindaco di Barile e Consigliere Regionale di Basilicata )