La premier giapponese Sanae Takaichi di orientamento conservatore, ha dichiarato di voler difendere la propria cultura e, allo stesso tempo, ha auspicato un rapporto ancor più stretto con gli americani. Impresa difficile, se non proibitiva, perché là dove arrivano gli americani fanno piazza pulita dei Paesi e della cultura dei popoli che occupano, certamente il Giappone è ben più strutturato dei ‘pellerossa’, vittime di uno dei peggiori genocidi della storia, però la strada è quella. Ma del rapporto con gli yankee parleremo più avanti.
Il Giappone è una sorta di masso erratico nell’Asia orientale, non ha avuto immigrazioni, a cui tutt’oggi si oppone, scontando così una denatalità spaventosa e, di conseguenza, un altrettanto invecchiamento della popolazione e quindi un altrettale numero di suicidi, soprattutto fra i giovani. Gettarsi sotto un treno sembra lo sport nazionale dei giapponesi, tanto che le stazioni sono circondate da delle barriere che si aprono solo nel punto preciso in cui si fermerà la carrozza, ma continuano poi per chilometri (questa storia del contrasto all’immigrazione ha fatto vaneggiare Il Giornale che ha instaurato un parallelo fra la premier giapponese e quella italiana).
Il Giappone è un concentrato di contraddizioni. Formalista fino al ridicolo. Nel formalismo i giapponesi scaricano quel bisogno di ordine, di regola, di disciplina che fa parte della loro anima più profonda. Nel periodo in cui sono stato in Giappone (un mese, che pare tanto, ma un mio giovane collega che aveva fatto il corrispondente da Tokyo per tre anni, quando gli chiesi che cosa avesse capito del Giappone mi rispose: “nulla”) un Generale mi raccontò la sua stizza perché il treno che stava andando ad Hiroshima aveva dieci minuti di ritardo, cioè col Giappone in ginocchio quel ritardo gli pareva imperdonabile anche se gli aveva salvato la vita.
In fondo nel giapponese c’è un’anima Samurai ed il Samurai, bene ricordarlo, non solo non può usare il denaro, ma nemmeno pensare in termini di denaro.
Il formalismo non si esaurisce nella cerimonia degli inchini (la cerimonia degli inchini è molto rigorosa: chi deve inchinarsi per primo e quanto) ma permea tutta la vita giapponese fin nei minimi dettagli. In taxi la persona più importante deve sedersi a destra, dietro il conducente, ma si scende solo a sinistra, guai a fare diversamente, il tassista lo riterrebbe un grave affronto. Ma sotto questo formalismo cova una grandissima violenza e voglia di violenza, come ha ben documentato Ridley Scott in “Black Rain” (1989). Voi chiedete ad un giapponese le indicazioni di una strada e lui gentile, compito, te le dà, ma alla fine, con un gesto perentorio, urla: “ai!”, vuol solo dirti che devi andare da quella parte.
Il giapponese è moralista, in pubblicazioni sostanzialmente innocue, vengono rasi i peli del pube delle ragazze. Voi percorrete la Chivodori, una delle strade principali di Tokyo, che noi tutti conosciamo perché ha i drappi verticali, colorati, perché i giapponesi, per non farsi mancar nulla, non scrivono in orizzontale ma in verticale. Girate l’angolo e c’è un grande cestone con mutandine usate di ragazze con la loro età, il loro nome, anche se non il cognome.
Questa voglia di violenza troppo compressa deve poi sfogarsi in qualche modo. Mi ha raccontato una mia amica, Ceo della Mitsubishi Italia, Emilia (da me ironicamente soprannominata “Mitsubishi Mistupisci”) che sul lavoro i giapponesi sono irreprensibili, efficienti, attenti, ma appena escono vanno a ubriacarsi di sakè fino allo stordimento in qualche locale giapponese.
Anche se non ne parlano mai i giapponesi non hanno perdonato agli americani le Bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, 200 mila morti circa, più le neoplasie che ne sono conseguite, ma soprattutto non hanno perdonato agli americani di averli costretti a ‘devinizzare’, cioè a cancellare la natura divina, dell’Imperatore (nonostante il lodevole sforzo di Tacaichi di dar maggior ruolo alle donne l’Imperatore è sempre un maschio, più o meno della stessa Famiglia, infatti si chiamano, per esempio, Hirohito, Akihito, Yoshihito, fino all’attuale Naruhito) perché l’Imperatore non è una persona fisica, è il Giappone stesso.
Quando ero da quelle parti conoscevo ovviamente il nome dell’Imperatore del momento, il mio giovane insider, Ken, che aveva studiato anche in Italia invece non lo conosceva.
Nella bimillenaria storia di questo popolo non c’è mai stato un attentato all’Imperatore, eppure il palazzo imperiale di Kyoto, che è stata a lungo la capitale del Giappone, prima che lo divenisse Tokyo, ha delle difese ridicole in legno, alte poco più di un metro che anche un ragazzino riuscirebbe a saltare.
L’odio nei confronti degli americani non viene mai espresso pubblicamente, ma lo si coglie nei dettagli. Proprio durante il periodo in cui mi trovavo a Tokyo, in un match di baseball, disciplina in cui i nipponici sono molto forti, gli Stati Uniti hanno battuto il Giappone per un punto controverso regalatogli dall’arbitro yankee. Le polemiche sull’ “Asahi Shimbun”, sullo “Yomiuri Shimbun”, i più importanti giornali nazionali giapponesi, serissimi, che normalmente si occupano di economia, finanza, politica, sono andate avanti, cortesi, educate, cerimoniose, per giorni e giorni. Ma era evidente che dietro la partita di baseball e il furto sportivo perpetrato dagli americani si nascondeva ben altro.
Al momento il Giappone è considerato la ‘quarta sponda del Pacifico’ per i rapporti economici che intrattengono con gli Stati Uniti, ma non mi meraviglierei affatto se tra una cinquantina d’anni i giapponesi, che attualmente non hanno la Bomba, ma grazie alle loro capacità tecnologiche possono fabbricarla in ogni momento (altro che Iran) scaricassero una cinquantina di atomiche sul territorio americano.
Massimo Fini
fonte:
https://www.massimofini.it/articoli-recenti/2541-nuovo-giappone-e-odio-anti-usa