Che sia accaduto di notte lo testimonia Luca nel suo Vangelo: niente posto negli alberghi per la famiglia arrivata da Nazareth, costretta a trovar riparo in una grotta nell’imminenza del parto. Intorno c’erano solo dei pastori che vegliavano i loro greggi: il buio attorno a loro all’annuncio dell’Angelo all’improvviso era stato investito da una luce.
Se notte era stata, notte doveva essere anche nel quadro: questo pensiero aveva attraversato la mente di Lorenzo Lotto nel momento di mettersi all’opera per questa piccola tavola, abitualmente conservata alla Pinacoteca Nazionale di Siena e in queste settimane esposta al Museo Diocesano di Milano.
Tutto era accaduto da poco. Come racconta il “Protovangelo di Giacomo”, Giuseppe era andato a cercare nei dintorni una levatrice per aiutare Maria a sistemare il bambino, che (dettaglio concretissimo!) ha ancora un pezzo del cordone ombelicale attaccato.
È stato veloce a rintracciarla, ma non è riuscito a evitare un contrattempo: la levatrice ha infatti le mani rattrappite o monche. Sull’identità della levatrice gli apocrifi si dividono: per il “Protovangelo di Giacomo” si trattava di Salomé, che si era detta incredula della verginità di Maria e per questo le si erano paralizzati gli arti.
Solo il contatto con il Bambino l’aveva guarita. Per il “Vangelo arabo dell’Infanzia di Gesù” invece si era trattato di Anastasia, levatrice anche lei con problemi alle braccia. «La nostra padrona, la signora Maria, le rispose: ‘Poni le tue mani sul bambino’. Ciò fatto, la vecchia subito guarì», si racconta in quel testo. L’enigma resta, ma la dinamica è simile: tutt’e due le levatrici prima di dare, ricevono. Come diceva papa Francesco, Gesù fin da subito “primerea”, arriva prima.
Lotto era uno spirito inquieto, un senza patria, che aveva dovuto lasciare la sua città Venezia e aveva peregrinato per gran parte della vita per l’Italia. Prima Bergamo (periodo a cui appartiene quest’opera), poi le Marche, scandagliate in lungo e in largo fino all’approdo a Loreto, dove si era fatto oblato alla Basilica della Santa Casa.
Nella sua Natività notturna convergono le sue due anime: quella semplice e stupita capace di restituirci l’infinita dolcezza di quell’istante. Ma anche quella turbata di uomo fragile e assillato da domande. Così questa luce che lui accende nel quadro svela e insieme scuote; commuove e insieme sconvolge. Giusto che sia così: la Natività è un fatto vivo e Lotto l’ha vissuta dentro le difficoltà che definivano la sua dimensione umana.
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