Peir Paolo Caserta
L’Iran era ed è una realtà troppo complessa per pretendere di assoggettarla al campo di giudizio delle “libertà” occidentali (che del resto gronda ipocrisia da ogni poro). Liquidarla come dittatura è comodo, è etichetta confezionata da questa prospettiva.
Sia pure all’interno di un impianto teocratico, l’Iran ha intanto elementi significativi di dialettica interna, e anzi maggiori rispetto all’occidente collettivo, che da Washington a Bruxelles ha eroso la democrazia sostanziale in misura crescente nell’arco degli ultimi decenni, ha addormentato la conflittualità sociale, e dove i partiti di sistema, falsamente alternativi tra loro, vi esprimono una dialettica reale vicina allo zero. Anche perché in Iran la dialettica interna tocca questioni davvero vive e vitali, come quelle che ruotano proprio attorno all’asse occidentalismo / anti-occidentalismo. Una contrapposizione che Trump e Netanyahu hanno ora incendiato.
Gioire per l’assassinio di Khamenei è puerile perché nessuna valutazione sul significato della sua figura può venir prima del problema enorme di metodo. Un “regime change” su queste basi non potrà che esasperare quella dialettica interna trasformandola in guerra civile, se Usa e Israele dovessero vincere il conflitto che hanno scatenato. E io mi auguro vivamente di no.
Tutto questo per la libertà, o per gli affari e il potere cari a Stati Uniti e Israele? Per i diritti, o per la supremazia? O meglio, per una mossa che suona proprio come il tutto per tutto per non perdere lo scettro unipolare insidiato dal multipolarismo. Difficile accettare la realtà, ma nell’occidente il neoliberismo (non la teocrazia, non l’autocrazia, e men che mai il patriarcato, ma il neoliberismo) ha prodotto individui che meritano davvero di essere chiamati sudditi, avendo trasformato i subalterni, prigionieri della loro illimitata attività desiderante scollegata dalla coscienza sociale e ormai da ogni traccia di soggettività collettiva, in degli Epstein che non ce l’hanno fatta. Nulla merita il nome di schiavitù più di questa condizione che si ammanta di libertà. Il problema vero è che quando il tecno-suddito dell’occidente collettivo giudica “i dittatori degli altri”, lo fa invariabilmente da queste posizioni di ingiustificata superiorità morale.
I “mezzi di informazione”, che ora propongono le scene di esultanza del popolo iraniano che si è liberato del dittatore, replicando uno schema già visto per il Venezuela, hanno la specifica funzione di confermare quella vuota superiorità razzista chiamata a sostenere le politiche imperialiste. Ecco perché l’esito di questo ripiegamento individualistico totalitario non può essere altro che la terza guerra mondiale, che ora, se non è già iniziata (lo diranno i fatti, lo diranno gli storici), è concretamente vicina.
L’attacco congiunto Usa-Israele non è soltanto ingiustificabile, è anche un azzardo temerario. L’Iran non è né la Libia né l’Iraq. Con tutto il rispetto, anzi con il più profondo affetto per il Venezuela, l’Iran è un’altra cosa, è un attore geopolitico di primo livello in uno scacchiere regionale delicatissimo; ed è l’antica Persia. Ammazzare la guida spirituale di forse cento milioni di persone, per la gioia dei nostrani infantilizzati sia destri che “progressisti” farà crescere a dismisura il già grande e per altro giustificatissimo risentimento verso Usa e Israele. È oltremodo pericoloso gettare con inaudita violenza sulla Persia lo stigma della presunta superiorità morale occidentale. Molti non riescono a vedere nemmeno adesso che queste confabulazioni pseudo-progressiste sono servite in concreto ad una cosa sola: a lucidare le armi statunitensi e sioniste. Se l’individuo dell’occidente tecno-capitalistico non fosse stato completamente sedotto, rimbecillito, lusingato e sedato, non guarderebbe alle dittature vere o presunte in casa degli altri. Metterebbe in questione le proprie oscene classi dirigenti.
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