Ciò che è accaduto nelle ultime 24 ore dimostra che il mondo sta davvero cambiando: è la prima volta che gli Stati Uniti si trovano a richiedere una tregua o un armistizio in proprio: ovviamente hanno dovuto farlo, sia in Corea che in Vietnam, ma formalmente erano i loro governi fantoccio a chiederlo e quindi la faccia è stata sempre salvata. La stessa cosa è accaduta in Ucraina, ma appunto il richiedente era in via ufficiale il regime di Kiev o, in alternativa, gli europei. Arrivarono vicini a una cosa del genere solo durante la seconda guerra mondiale, quando la Us Navy, fiaccata dalle numerose sconfitte subite nel Pacifico, riferì a Roosevelt che sarebbe stato il caso di richiedere una tregua se i giapponesi non fossero caduti nella trappola delle Midway, preparata grazie alla decrittazione delle comunicazioni militari del Sol Levante. Un elemento vitale questo, che permise loro anche di uccidere l’ammiraglio Isoroku Yamamoto, la vera mente della marina imperiale giapponese. Purtroppo per loro l’uccisione di Qasem Soleimani e di innumerevoli leader iraniani non ha sortito lo stesso effetto.
Così ci troviamo di fronte al presidente intenzionato a rendere di nuovo grande l’America che è stato il primo, nei 250 anni di esistenza della nazione, a dover chiedere una tregua. Ma in realtà Trump è solo l’epifenomeno o, se vogliamo, il prodotto estremo di un declino insito nel sistema stesso, incapace di pensare per tempi lunghi, che focalizza solo l’immediato, l’emotività, il qui e ora. Gli iraniani invece capirono sin dal 2003, dalla seconda guerra del golfo in cui fu massacrato l’Iraq, con il pretesto delle inesistenti armi di distruzione di massa, che avrebbero dovuto costruire un sistema di difesa non troppo vulnerabile ai bombardamenti aerei. Di certo Teheran non avrebbe potuto permettersi di avere un’aviazione così numerosa e avanzata da opporsi ai raid americani, né avrebbe potuto dotarsi di una rete satellitare ad alta definizione capace di scorgere i movimenti di truppe e di determinare dove fossero i comandi militari. Così ha messo sottoterra le proprie basi, i propri missili, i propri impianti di produzione e più recentemente i propri droni, in maniera che distruggere le sue capacità in breve tempo sarebbe stato molto difficile, se non impossibile. Inoltre poiché la rapida sconfitta dell’Iraq fu determinata dalla distruzione del comando centralizzato di Bagdad, ha costruito un sistema chiamato a mosaico, in cui i vari comandi hanno ampia autonomia e risorse proprie in fatto di missili e munizioni, in modo da poter reagire comunque anche nel caso che un centro militare fosse stato in qualche modo eliminato. Gli iraniani hanno perfettamente compreso che senza una componente aerea decisiva, la forza militare americana e dei suoi alleati, non avrebbe potuto essere decisiva. Insomma abbiamo un Paese che ha saputo pianificare per oltre due decenni e un altro che, se pure è attento ai dettagli inutili, non ha saputo andare oltre le 48 ore e senza nemmeno pensare alla chiusura di Hormuz.
Ma che gli iraniani fossero pronti non era un mistero e se anche la cosa fosse sfuggita nel corso degli ultimi vent’anni, c’era stata la guerra dei 12 giorni a rendere chiara la situazione. Eppure la ubris escatologica di Trump e di Netanyahu ha prevalso su tutto e hanno aggredito con lo stesso pretesto dell’Iraq: quello delle armi di distruzione di massa, questa volta sotto forma di bombe nucleari, anch’esse inesistenti, altrimenti non avrebbero osato attaccare. Adesso chiedono tregua prima che il petrolio manchi del tutto a causa non solo della chiusura dello Stretto, ma anche dei colpi che l’Iran sta infliggendo alle installazioni petrolifere del Golfo e anche a Israele. Si entra in un nuovo mondo: Trump pensava che la flotta navale che aveva radunato sarebbe stata di per sé capace di spezzare ogni resistenza, di scoraggiare e di terrorizzare. Ma quei tempi sono ormai tramontati e gli iraniani hanno imparato da tempo la lezione, quando la loro flotta fu distrutta a Salamina. Sì, sono passati un po’ di anni, ma a quanto pare invano.
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