Le Olimpiadi di Milano e Cortina sono state inaugurate. Sono stati spesi sei miliardi di euro in una nazione in cui i lavoratori sono poveri. Organizzatori, pubblico e atleti abbacinati dallo spettacolo e dalla fiamma del successo dovrebbero spostare la visuale interiore e politica per uscire dal mondo di “sogno” dello sfarzo olimpico e guardare la realtà sociale in cui versa la nazione vera. I sei miliardi sono stati tolti agli ultimi e potevano essere investiti nel miglioramento della vita quotidiana di tanti. Ma sappiamo che il capitale comprende solo i calcoli degli affari lobbistici e contemporaneamente ipnotizza con scenografie tra il mistico e il sogno.
Il dispositivo del capitale è palese, esso deve esaltare con parole altisonanti per celare il “crudo vero”, infatti si omaggia “il genio italiano”, ma si è indifferenti dinanzi al disastro antropologico della nazione e del pianeta. Al suono degli applausi che innegiano all’orgoglio patrio si sospinge a rifugiarsi in nicchie di sogno al limite del delirio in cui la realtà è sostituita, nuova caverna platonica, da musiche, colori, scenografie e parole ritmate con lentezza, come se si vivesse in una realtà altra, è tutto teso a rimuovere la realtà. Ai sudditi si offre un nuovo oppio: successo, immagini spettacolari, atleti divinizzati e la speranza malvagia di “essere come loro e tra loro”.
Il dispositivo capitalistico produce sogni, fa affari e aliena dalla realtà. Nessuna voce critica si alza a sollevare dubbi sui costi, sugli affati e sugli introiti. Silenzio assoluto, dunque, come vuole la religione del capitale nei bagliori rosso fuoco dei bracieri olimpici che in modo innaturale si estentono per avvolgere il pubblico e da cui si alzano le “preghiere del capitale”. La verità degli affari, dunque, è occultata dai suoni e dagli applausi di un pubblico che adora l’ennesimo feticcio del capitalismo e ne sostiene nei fatti le dinamiche. La verità ha le sue crepe e si è rivelata a noi con l’episodio del bimbo scacciato dall’autobus il cui biglietto era stato artificialmente aumentato in occasione delle Olimpiadi. L’autista è stato colpevolizzato, ma le colpe sono altre e, naturalmente, il lavoratore è stato processato dai media con gran chiasso e scandalo, mentre il comitato d’affari che ha trasformato il trasporto pubblico in un privilegio per pochi è stato nei fatti assolto. Per mettere tutto a tacere il bimbo è stato è stato presente alla cerimonia di apertura.
Tutto è usato pur di ottenere il risultato finale: consenso e plusvalore. Manovra scaltra, quindi, per rifarsi una veloce innocenza dinanzi al mondo, mentre il lavoratore è stato castigato. Tutti i lavoratori, sono per il capitale, “i colpevoli”. Ancora una volta va in scena il capitale e il pubblico sembra ipnotizzato dall’idolo della fiamma che brucia senso sociale ed enormi risorse sottratte agli ultimi, ai vinti, per restituirle centuplicate all’oligarchia. Lo sport e il sano agonismo che formano personalità equilibrate sono anch’esse bruciate dalla “religione del plusvalore”.
La saggezza filosofica ci svela con le parole di Senofale la barbarie del nostro tempo che ha anteposto i beni materiali e crematistici ai valori comunitari e dello spirito. Il frammento di Senofane di Colofone è eterno e ci parla di noi e della regressione etica del nostro tempo a misura del capitale. La nostra sapienza critica ci rende esseri umani, mentre l’ostentazione narcisistica della potenza atletica senza fondamento etico è solo barbarie:
“Ma se per sveltezza di piedi la vittoria uno ottenesse o gareggiando nel pentatlon, laddove di Giove è il recinto sacro presso le correnti del Pisa in Olimpia, oppure lottando od anche avendo l’arte pugilistica dolorosa, oppure qualcosa di terribile, la gara che pancrazio chiamano, pei cittadini allora sarebbe più glorioso allo sguardo ed allora il posto d’onore nei giochi otterrebbe ed allora mantenuto sarebbe a pubbliche spese dalla città ed otterrebbe un dono che per lui un cimelio sarebbe; ed anche se vincesse coi cavalli, allora tutti questi premi avrebbe in sorte pur non essendone degno [axios] come me. Della forza [rōmēs] è infatti migliore [ameinōn], sia di uomini sia di cavalli, la nostra sapienza [sophiē]. Ma molto a prima vista [eikēi] questo è valutato [nomizetai], né è giusto preferire [prokrinein] la forza alla buona [agathēs] sapienza. Neppure, infatti, se vi fosse un buon pugile tra il popolo, oppure uno bravo a gareggiare nel pentatlon oppure nella lotta, oppure nella sveltezza di piedi, la quale è la più stimata tra quante opere di forza degli uomini nelle gare han posto, non per questo, ordunque, la città sarebbe di più in buon ordine [en eunomiēi]. Una qualche piccola gioia [kharma], ordunque, in città si genererebbe per questo: se uno gareggiando vincesse presso le sponde del Pisa: infatti queste cose non impinguano i forzieri della città[1]”.
Salvatore A. Bravo
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