Federico Giusti
Il rapporto Draghi e il Piano Letta spingono la Ue al riarmo, mettono al centro la finanza che detiene le azioni di imprese belliche le cui azioni hanno avuto eccezionali performances sui mercati azionari. Dopo anni di austerità oggi la Ue si indebita, l’indebitamento in teoria dovrebbe comunitario e non dei singoli paesi (ma questa asserzione sarebbe da approfondire e in parte da confutare), la Bce continua a non acquistare il debito di ogni singola nazione quindi la spesa pubblica nazionale dovrà essere contratta e, come meglio di noi spiega Alessandro Volpi (la guerra della Finanza Laterza 2025), la sola spesa pubblica sarà alla fine quella decisa dalla Ue che andrà a finanziare alcuni capitoli ma non altri. Senza avere doti di preveggenza ipotizzare interventi pesanti nei prossimi anni con tagli al welfare e riduzione della dinamica salariale non è un azzardo ma piuttosto una facile previsione. La ripresa produttiva in Germania e nei paesi Ue va verso le imprese di armi, da anni gli Usa, con i dazi, il rincaro dei prodotti energetici e attraverso la guerra in seno alla Europa hanno assestato un duro colpo all’economia del vecchio continente. Draghi da anni parla di fare a meno della energia russa, Letta presenta un piano per favorire la finanza europea a discapito dei grandi Fondi americani, la Bce ha battuto la inflazione ma a costo di mettere in ginocchio le famiglie e i lavoratori favorendo le grandi banche con i loro utili in continua crescita, la politica dei tassi di interesse alti ha permesso grandi plusvalenze agli istituti di credito. Mentre la Europa dei capitali acquistava sempre maggiore forza, la Ue si spingeva verso il riarmo, alcune grandi imprese produttrici tra gli azionisti presentano grandi società accumulatrici del risparmio, i flussi finanziari andrebbero studiati e valutati con attenzione perchè anticipano le mosse del capitale. Oggi la Ue è in crisi economica, deve sobbarcarsi di crescenti spese militari anche per evitare dazi ancor maggiori , sobbarcarsi oneri come il muro anti-droni per i paesi Baltici che poi farà la fortuna delle imprese di guerra statunitensi. La manifattura meccanica è oggetto di ridimensionamento e molte aziende decotte o deliberatamente abbandonate al declino saranno riconvertite a uso militare.
Ma al contrario della Germania che ha un gettito tributario superiore ad ogni altro paese europeo e un rapporto tra Pil e debito che permette ampio utilizzo della spesa pubblica l’Italia ha puntato tutto sulla riduzione delle tasse, sulla delocalizzazione produttiva e sul basso costo del lavoro. La politica dei bassi salari non è stata di aiuto al paese, ha mortificato la domanda interna, impedito investimenti tecnologici e processi innovativi.
Emblematico è il caso della Pubblica amministrazione, esistono forte disparità salariali tra i vari comparti pubblici e perfino tra Enti dello stesso comparto, si investe poco e male in formazione, si tengono fermi da anni i buoni pasto a 7 euro, una cifra con cui nelle grandi città si fa una buona colazione ma non certo un pranzo. Per la Pa hanno pensato di rinnovare i contratti con aumenti inferiori di due terzi al costo della vita, sono perfino intervenuti per alleggerire il peso a fini previdenziali dei versamenti con il sistema retributivo che ormai riguardano quanti stanno per andare in pensione.
Nel 2021 la spesa pubblica nella UE si è attestata al 51,5% del Pil, una percentuale inferiore a quella del 2020 con una lieve crescita del Pil. Si spende buona parte delle risorse in “protezione sociale” circa il 20,5% del PIL. La “salute” viene subito dopo con un peso dell’8,1% (Italia al 7,6%). Nel nostro paese spendiamo meno della media europea per istruzione e sanità, da qui a pochi anni le pensioni perderanno potere di acquisto e usciremo dal lavoro a 68 anni.
Siamo un paese nel quale i numeri dei pensionati crescono e gli occupati restano al palo, le ore lavorate non crescono e troppi sono ancora i part time incolpevoli.
Da anni hanno rinunciato a trasformare la PA in strumento di crescita dell’economia attraverso servizi moderni ed efficienti, prevenendo le catastrofi ambientali, curando la manutenzione del territorio. Il riarmo destina crescenti risorse alle tecnologie militari e al settore bellico, creeranno perfino corsie privilegiate in termini previdenziali e stipendiali per i militari di carriera. Quando non ci saranno più i prestiti europei non resterà che contrarre la spesa sociale, abbattere la scure dei tagli sulla Pubblica amministrazione come accaduto negli Usa e in Grecia pur per ragioni differenti. I settori pubblici sono direttamente interessati alla guerra, subiranno per primi i contraccolpi di una economia che punta tutto sul riarmo, sull’indebitamento, sui processi di militarizzazione privilegiando la ricerca a fini di guerra rispetto a quella ad uso civile. Per queste ragioni sottrarsi alle piazze per Gaza e contro la guerra sarebbe una mera follia, non possiamo eludere il rapporto tra aumento delle spese militari e mortificazione dei salari e delle pensioni. Farlo sarebbe non solo un errore politico e una miopia sindacale ma una scelta di campo, farsi portavoci di quelle istanze che un sindacato dovrebbe avversare, quelle della guerra, del riarmo, dei processi di militarizzazione, del dominio della finanza sull’economia reale.
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