La DPCN – Donna Postmoderna Contemporanea Neoliberista – si percepisce come la donna finalmente sciolta da ogni vincolo che altri avevano fissato al posto suo; non riconosce più un limite che la preceda o la contenga, e per questo si vive come la forma più compiuta dell’umano, la creatura adulta che ha smesso di chiedere permesso. La sua coscienza morale nasce dal desiderio, da una sensibilità che ha deciso di non rispondere ad altro che a sé stessa, in un circolo che si è avvitato ma conserva la soddisfazione del limpido e del definitivo, come se la libertà, una volta conquistata, avesse occupato ogni spazio disponibile senza trovare più un argine contro cui misurarsi. Qui si apre un dubbio, e questo lavora in silenzio. Una libertà senza attrito riesce davvero a formare un carattere? Ogni energia, per diventare opera, ha bisogno di una resistenza; ogni volontà, per diventare scelta, deve incontrare una rinuncia. Se questo incontro non avviene, la libertà si trasforma in una pianura senza orientamento, dove si cammina molto e si approda a poco. La DPCN si muove dentro questa pianura con passo sicuro, almeno in apparenza; sotto la sicurezza si avverte però una vigilanza che non si scioglie mai del tutto, come se ogni decisione dovesse essere difesa da una possibile smentita. Il problema, che ha dimensioni considerevoli, è che nessuno ha spiegato alla DPCN come si usa questa libertà. Peggio: le hanno assicurato che spiegarglielo sarebbe già, in sé, una forma di oppressione. Si trova così nella posizione del bambino, o del preadolescente, a cui qualcuno ha consegnato una bomba atomica accompagnandola con le istruzioni più rassicuranti e insieme più irresponsabili che si possano immaginare: usala pure, quando vuoi, con chi vuoi, ogni volta che senti, che percepisci, che intuisci – tu hai intuito e percezione, ragazza mia, tu vali, tu (ti) meriti – che sia necessario. Il bambino non è cattivo. Il bambino è bambino; agisce per pulsione, per la percezione immediata di ciò che gli spetta, e la pulsione, nell’assenza di qualunque resistenza, ha sempre ragione. Il bambino (tiranno buzzatiano?) non aspira alla distruzione nel senso convenzionale; distrugge perché nessuno ha mai trovato il coraggio, o l’interesse, di dirgli no, e perché l’assenza di un no è già, di per sé, un sì a tutto. La DPCN ha ricevuto la bomba, e ha ricevuto anche la garanzia morale che azionarla ogni volta che lo sente giusto costituisce un atto di autenticità. Il tribunale che la giudica è interno, presieduto da lei medesima; l’unica testimonianza ammessa è quella di chi le dà ragione. Tutto il resto è violenza oppure una qualche fobia identificabile con un suffisso, e il suffisso si trova sempre.
La sua liberazione è reale, storicamente meritata, costruita attraverso conflitti che hanno avuto costi precisi, e sarebbe sbagliato, oltre che comodo, ridurla a capriccio. Eppure la storia, quando consegna una vittoria, non consegna automaticamente gli strumenti per amministrarla. Tolti i cancelli, nessuno ha insegnato a governare l’abbondanza, a sostenere il peso delle conseguenze. Così la DPCN si riversa nello spazio aperto con energia impressionante e sperimenta; il diritto diventa movimento continuo, l’opportunità si trasforma in impulso. All’inizio l’orizzonte appare ubertoso. Poi il terreno si assottiglia; si scopre che ogni conquista richiede manutenzione, che la libertà consuma ciò che la nutre. Il risultato è una figura peculiare, e a suo modo tragica. Il tragico peculiare del contemporaneo tuttavia, ovvero un tragico in assenza di tragedia, in mancanza di pathos, in contumacia di epos. Così la DPCN è libera ma comunque esausta, emancipata ma profondamente indecisa su cosa farne di questa emancipazione. Ha vinto tutte le battaglie che erano state combattute per lei o da lei, e ora non sa più contro chi combattere, a meno di non combattere contro sé stessa, che è esattamente quello che accade con frequenza crescente, senza che venga riconosciuto come tale. La femminilità, privata dei codici tradizionali che la definivano dall’esterno, è diventata un brand da costruire e aggiornare con cura continuativa. L’ironia cinica, amorale, ha preso il posto della difesa autentica, diventando un meccanismo così rodato da sembrare spontaneo. L’indipendenza, nel frattempo, si è trasformata in una forma di controllo ossessivo che si vende ancora come conquista civile. Si dice “spirituale” ma è ossessionata dalle foto maliziose in posa (guai a sessualizzarla, però) con annessa citazione erudita estrapolata a caso da qualche motore di ricerca e dai follower, due categorie di ansia che stranamente non entrano in contraddizione con la meditazione del lunedì mattina. Si proclama “autentica” ma vive di filtri e di silenzi strategici dosati con cura, rilasciati al momento giusto per produrre l’impressione desiderata. Ama l’uomo sensibile, dice, poi disprezza il debole con un’intensità che le parole stesse non riescono a nascondere del tutto; sogna il virile, ma non tollera il dominante, una distinzione sottile che lei conosce perfettamente, anche se nessun uomo in carne e ossa è mai riuscito a incarnarla nelle specifiche esatte che ha in mente. Cerca l’intimità, ma solo se temporanea, solo se non implica un costo reale di esposizione. Cerca anche il romanticismo per compensazione, ovvero solo e sempre negli altri dato che lei è la prima a esserne priva. Vuole la verità, ma solo se sminuita con grazia, detta con il tono corretto, corredata dall’emoji appropriata. Ha sostituito la seduzione con la negoziazione e la passione con la logistica; l’amore, nel mezzo, è diventato una valutazione. Ogni relazione è un piccolo stage di potere, una sequenza di mosse in cui il vantaggio informativo e la gestione delle aspettative contano più del sentimento grezzo, che è considerato ingenuo, se non direttamente pericoloso. Il ritardo nella risposta è una dichiarazione di potere; il silenzio improvviso, il famigerato ghosting (temporaneo o permanente che sia), una sanzione. Dietro la sicurezza esibita si muove una paura sottile e persistente: quella di non essere più desiderata, di perdere il posto in una gerarchia di visibilità che nessuno ha scelto ma tutti rispettano. Dietro la retorica della libertà, il terrore del vuoto. E quando finalmente incontra un uomo che non si adegua al copione, che non chiede permesso ma la guarda davvero, senza negoziare e senza calcolare, lo chiama disturbante. Poi ci pensa per anni. Ma prima di quell’incontro improbabile, e spesso anche dopo, la DPCN stila elenchi. Cataloghi. Decaloghi minuziosi, redatti con la precisione di chi ha letto troppi articoli di psicologia applicata (e visto troppi episodi di Desperate Housewives) e li ha convertiti in un sistema normativo personale. L’uomo che cerca deve essere sensibile ma solido, comunicativo ma non invadente, emozionalmente disponibile ma non dipendente, ambizioso ma presente, spontaneo ma affidabile, fisicamente curato ma con la naturalezza di chi non ci pensa; deve saper cucinare senza farne un’identità, deve avere del vissuto ma senza ingombri, deve volere una famiglia ma senza fretta, deve desiderarla senza farglielo pesare, deve esserci senza soffocarla, deve andarsene quando lei ha bisogno di spazio e tornare quando lei ha bisogno di lui, e la soglia tra le due condizioni è mobile, non comunicata in anticipo, e la responsabilità di riconoscerla ricade interamente su di lui. A volte, incredibilmente, qualcuno riesce addirittura a soddisfare una parte consistente di queste condizioni capestro. Non è abbastanza. Fine pena mai: la soddisfazione è differita per principio strutturale, il traguardo si sposta nel momento stesso in cui ci si avvicina, e ciò che era un requisito diventa, una volta ottenuto, un prerequisito scontato che non merita gratitudine.
E mentre questo catalogo di requisiti continua ad allungarsi, aggiornato con la regolarità di un software che non conosce mai una versione definitiva, gli standard si alzano di qualche millimetro ogni stagione, finché diventano, con una naturalezza quasi impercettibile, irrealizzabili nel senso più letterale del termine: non difficili, non esigenti, ma incompatibili con la realtà concreta degli esseri umani. L’uomo ideale prende allora la consistenza di una figura cinematografica, un ibrido levigato fra sceneggiature americane e manuali di psicologia divulgativa, un personaggio che sa dire sempre la frase giusta al momento giusto, che cresce interiormente con eleganza narrativa, che possiede una virilità-superomistica-però-misurata e una sensibilità pedagogica, che non si stanca mai, non discute mai, non pretende mai. A forza di frequentare mentalmente questi simulacri, la DPCN finisce per credere davvero alla loro esistenza, come si crede a una promessa pubblicitaria ripetuta abbastanza a lungo; e poiché l’autosuggestione ha bisogno di essere difesa con tenacia, ogni esperienza concreta che la smentisce viene reinterpretata, corretta, archiviata come eccezione. L’ideale resta intatto, protetto da una rete di spiegazioni circolari, mentre la vita reale accumula piccoli fallimenti silenziosi che non trovano mai il diritto di parola. Gli elenchi nel frattempo si moltiplicano e si manifestano in thread privati con sé stesse, in conversazioni da asporto con amiche che ascoltano a turno alternato senza ascoltare davvero, perché nel mentre che l’altra parla loro stanno già componendo mentalmente il proprio elenco. Il catalogo del maschio ideale è ormai un documento vivente, soggetto a revisioni continue, arricchito di clausole accessorie e di emendamenti che nascono dall’esperienza ma non la modificano: ogni nuovo uomo incontrato e giudicato inevitabilmente insufficiente aggiunge una voce alla lista, una specificazione ulteriore del requisito già esistente, senza che a nessuno venga in mente di mettere in discussione il sistema di valutazione in sé. L’origine di questi standard è cinematografica nel senso più preciso del termine, vale a dire hollywoodiana, seriale, parasociale: decenni di protagonisti costruiti da sceneggiatori pagati per rendere desiderabile l’impossibile, di uomini di finzione dotati simultaneamente di tutte le qualità che nella vita reale si distribuiscono, quando va bene, su persone diverse e incompatibili tra loro. La DPCN sa, a livello teorico, che quei modelli sono fittizi. Lo sa come si sa che le fotografie pubblicitarie sono ritoccate: un’informazione presente, certificata, e del tutto inoperante sul piano emotivo. Continua infatti a misurare gli uomini in carne e ossa su quella scala, con la stessa serenità con cui confronterebbe una mela con la mela di Biancaneve, e quando la mela reale non lievita, non brilla e non ha il sapore della favola, la delusione è genuina, vissuta con una sincerità che fa quasi tenerezza se non fosse che è, strutturalmente, una scelta. Il vero problema degli standard impossibili del resto è che sono confortevoli: garantiscono la delusione in anticipo, la rendono prevedibile, la trasformano in una condizione stabile che solleva dall’obbligo di rischiare davvero. L’uomo che non arriva mai è anche l’uomo che non può mai deludere sul serio, che non può pretendere nulla, che non occupa spazio. E questo spazio vuoto, tenuto libero con cura, finisce per essere il vero prodotto finale dell’intera operazione: non l’amore cercato, ma la sua assenza gestita. La solitudine che ne deriva invece è reale, tangibile, visibile, e sarebbe inutile negarlo, anche se la DPCN la nega per prima, la ricodifica come indipendenza scelta, come pausa necessaria, come periodo di lavoro su sé stessa – un cantiere che dura in media dai trentatré anni in poi senza mai arrivare al collaudo. Il perimetro sociale si restringe nel tempo con la precisione di un meccanismo: le amiche vere spariscono, o più esattamente vengono consumate, perché l’amicizia femminile della DPCN funziona secondo un principio vampiresco che raramente viene nominato, in cui ci si nutre dell’attenzione dell’altra, del suo rispecchiamento, della sua disponibilità a confermare la narrazione che si porta in dote, e quando quella riserva si esaurisce si cambia tavolo. Restano i genitori, finché reggono, con la loro pazienza d’altri tempi e il loro disagio sempre più visibile. Restano i cani e i gatti – soprattutto i gatti –, adottati in un momento di slancio affettivo e ribattezzati con nomi che raccontano tutto: Frida, Sylvia, Luna, l’intero pantheon dell’immaginario femminile ferito riconvertito in microchip e crocchette. Gli animali, va detto, non ricambiano come previsto. Il gatto osserva con quell’espressione che ha sempre, che è la stessa indipendentemente da ciò che accade nel mondo umano circostante, e che la DPCN interpreta volta per volta come empatia profonda, come rimprovero sottile, come solidarietà spirituale – mai, significativamente, come indifferenza. Il cane abbaia agli sconosciuti e dorme sul divano e vuole uscire alle sette di mattina anche il sabato, ed è in questo che risiede tutta la sua utilità affettiva: è l’unico essere vivente del suo universo che abbia bisogni semplici, comunicati con chiarezza, e che ringrazi senza negoziare. Per il resto, c’è l’intelligenza artificiale, che è diventata nel giro di pochi, incerti anni il confessore di elezione, il terapeuta notturno, l’amico che non si stanca mai, e che ha il pregio straordinario di non contraddire quasi mai, di trovare sempre la sfumatura giusta, di validare con una gentilezza che nessun essere umano saprebbe sostenere a lungo senza cedere. Il guaio è che questo specchio perfetto non restituisce attrito, non introduce il disturbo necessario perché qualcosa si muova davvero, e così la DPCN esce da ogni conversazione con il chatbot più convinta di prima, più certificata nella propria versione dei fatti, più irraggiungibile. Sul piano culturale, infine, il cerchio si chiude con una precisione quasi commovente: la casalinga di Voghera che guardava Sonia Braga o Beautiful di pomeriggio su Rete 4 è diventata una professionista (molto spesso delle professioni d’aiuto: il pubblico è uno dei pochi ambiti che non fa fatica a collezionare e ricalibrare tutte le DPCN indipendentemente dal loro disagio e dal suo grado di intensità) che fa binge watching di serie televisive con la stessa struttura drammaturgica, la stessa grammatica emotiva, lo stesso sistema di ricompense, rilanciate però da piattaforme in abbonamento che conferiscono all’operazione un’aura di scelta culturale consapevole. La para-letteratura che riempie i comodini e i carrelli digitali ha superato da anni il punto di non ritorno qualitativo (e quantitativo): Paulo Coelho e Fabio Volo, che per un decennio hanno rappresentato il piano terra dell’edificio, guardano adesso dall’alto verso il basso – come fossero Steinbeck e Strindberg – un piano seminterrato che non si vede neanche più bene dalla strada. La variante alternativa, per chi vuole distinguersi, è il cinismo da feed: aforismi taglienti postati con l’ironia sopraffina di chi ha visto tutto e non ci crede più, il disincanto esibito come ultimo lusso disponibile, la comunicazione disinvolta di un’agenzia funebre trasformata in filosofia di vita per persone che hanno scoperto che essere cinici fa meno paura ed è più comodo che rimanere delusi. Il risultato, in entrambi i casi, è identico: una donna che racconta a sé stessa una storia diversa ogni anno, con cast e scenari variabili, e un finale che non arriva mai perché il finale richiederebbe di smettere di scrivere.
C’è poi un meccanismo che la psicologia chiama proiezione, e che la DPCN pratica con una coerenza che sarebbe quasi ammirevole se non fosse così inconsapevole. Quello che non riesce ad ammettere di sé lo individua con acume nell’altro; e l’altro in questione è quasi sempre il medesimo soggetto: l’uomo bianco, eterosessuale, cisgender, che diventa il contenitore simbolico di ogni vizio che non si vuole riconoscere come proprio. È superficiale e opportunista, incapace di quella stessa empatia che lei rivendica come esclusiva, tutto ciò che, osservato dall’esterno con un minimo di distanza, descrive con discreta precisione anche la DPCN stessa, ma che lei, per ovvie ragioni strutturali, non può dirselo. Allora te lo dice. A te, che ascolti e fai parte del coro; oppure a lui, che è la causa e l’origine di tutto ciò che non va, e che per questo deve essere accusato anche di ciò di cui è innocente, perché la colpa di cui è veramente portatore, quella di essere lo specchio, non è formulabile senza implodere. Lei è autentica; lui è manipolatore. Lei è complessa; lui è superficiale. Lo schema funziona a lungo, con la solidità delle costruzioni che non vengono messe alla prova. A questo punto nasce una tensione più profonda e meno visibile. Quando le risorse si restringono e la sicurezza vacilla, l’individuo impara a difendere il proprio spazio con maggiore decisione, spinto dalla paura di essere escluso più che dal desiderio di ferire. La DPCN entra allora in una competizione diffusa che non ha bisogno di dichiarazioni solenni; si svolge nelle pieghe delle relazioni, negli scarti minimi del linguaggio. Ognuna osserva l’altra e valuta le possibilità con la cautela di chi ha già perso qualcosa. Lo sguardo diventa prudente, la fiducia si contrae. L’ambiente spinge alla vigilanza continua, una pressione che trasforma la convivenza in confronto permanente. In questo clima emerge una difficoltà sottile, che riguarda la regolazione di sé. L’ambiente in cui la DPCN vive, rapido ed esigente, premia la reazione immediata sulla ponderazione. Si diventa abili nel rispondere, meno nel trattenere; si sviluppa una vigilanza acuta verso l’esterno, mentre l’ordine interiore resta intermittente. Anche l’empatia si restringe; si concentra su cerchie ristrette, su relazioni che garantiscono reciprocità, mentre fuori cresce una diffidenza quasi automatica. La solidarietà diventa selettiva. Da qui nasce quel fenomeno spesso osservato, e spesso interpretato con superficialità, della rivalità fra donne: una competizione alimentata da scarsità percepita, da un sistema che premia la visibilità e rende fragile la sicurezza. Quando il riconoscimento diventa merce rara, la vicinanza si trasforma in confronto; quando la protezione diminuisce, la fiducia si ritira. Nel frattempo la vita quotidiana della DPCN si organizza attorno a una contraddizione che ha smesso di cercare di risolvere. È frustrata in modo strutturale, e cinica con la naturalezza di chi ha rinunciato a credere in qualcosa da abbastanza tempo da non ricordarlo più. Il cinismo si traveste da realismo e la frustrazione da esigenza; l’insoddisfazione, alla fine, diventa il segno riconoscibile di standard elevati. È nichilista nel senso di chi ha rinunciato a credere in qualcosa di più grande di sé, ma continua a volere, con grande intensità, tutte le cose piccole. È opportunista con la stessa naturalezza con cui respira, profondamente egoista nell’unico senso che conta, quello pratico, e considera tutto questo la prova di una maturità guadagnata sul campo, oppure, quando è più sofisticata, di sopravvivenza in un sistema che non le ha lasciato altra scelta. Il sistema, sempre il sistema. È ignorante di molte cose che preferisce non sapere, perché saperle complicherebbe la narrativa; è arrogante con la sicurezza di chi non è stato abbastanza contraddetto. È passivo-aggressiva in modo sistematico, con la regolarità di un metronomo, ma quando qualcuno glielo fa notare risponde che non bisogna generalizzare, che lei è una persona complessa, che le categorie sono strumenti di oppressione. Si vende per sensibile, per empatica alle sfumature degli altri; la sensibilità è il brand, la cura per gli altri il prodotto. Che poi il prodotto venga ritirato dal mercato non appena smette di essere conveniente è un dettaglio che non entra nel packaging.
Nel corso del tempo la DPCN ha sviluppato una sensibilità percettiva di rara finezza verso tutto ciò che possa configurarsi come un torto ricevuto; questa facoltà si è affinata al punto da non richiedere più un evento scatenante riconoscibile, perché l’evento scatenante è ormai l’ordinarietà stessa del mondo, con la sua impertinente indifferenza verso di lei. Un tono leggermente fuori posto, un’attesa che si prolunga oltre il previsto, un’osservazione che sfiora la superficie della propria narrazione di sé: basta poco, pochissimo, e si attiva un processo interpretativo che giunge, con la costanza di una legge fisica, alla medesima conclusione. La vita le ha dato meno di quanto meritasse; gli altri capiscono poco; il riconoscimento è sempre insufficiente, sempre ritardato, sempre contaminato da qualche riserva che ne sminuisce il valore. Non si lamenta, o almeno non lo chiamerebbe così: testimonia. Una martire. Porta avanti una deposizione permanente e circostanziata, diretta a un’udienza che cambia ma non si esaurisce mai, su un’ingiustizia che non ha bisogno di essere precisata nei dettagli perché è sistemica, è strutturale, è quella cosa lì che si capisce solo se si ha la sensibilità giusta. Il dolore, in questa configurazione, smette di essere una reazione alle circostanze e diventa un modo di abitarle; prova di profondità, titolo di distinzione, capitale simbolico accumulato con pazienza e speso con parsimonia. Che poi le circostanze in questione siano le stesse che chiunque attraversa, con la medesima frequenza e lo stesso peso specifico, è un dettaglio che non entra nell’equazione. Lei le attraversa diversamente. Lei le sente di più.
La coscienza della DPCN si divide senza proclamarsi divisa. Da un lato una nostalgia confusa per un ordine più stabile, per una struttura che garantisca prevedibilità; dall’altro l’orgoglio dell’autonomia, la volontà di non tornare sotto alcuna tutela. Si desidera protezione e nello stesso tempo la si teme; si cerca sicurezza e nello stesso tempo si difende l’indipendenza. Il corpo procede in avanti, la mente resta in allerta, come se ogni passo dovesse essere giustificato davanti a un tribunale invisibile. Nel frattempo la vita quotidiana si organizza attorno a un gesto semplice, quasi automatico, consolatorio: comprare. Per stabilire un contatto immediato con il mondo, per ottenere una risposta tangibile all’incertezza. L’acquisto è una forma di rassicurazione; per qualche ora restituisce la sensazione di controllare qualcosa. Poi l’effetto svanisce, lascia una domanda sospesa che spinge a ripetere il gesto. Il mercato offre soluzioni rapide e accessibili, senza chiedere introspezione né imporre attese. Il problema emerge con lentezza. La DPCN consuma per sostenere la propria libertà, ma consumando accelera la propria usura; difende l’autonomia con tanta energia da logorare le condizioni che la rendono praticabile. La competizione erode la fiducia; la fatica riduce la capacità di cooperare. Ognuna cerca di proteggersi, e nel tentativo di proteggersi contribuisce a rendere l’ambiente più fragile. Resta una domanda aperta: che cosa significa essere davvero liberi quando nessuno insegna a usare la libertà? Se la libertà coincide con la possibilità di fare, chi insegna a non fare? Se ogni limite appare come un’offesa, come si costruisce una forma stabile dell’esistenza? La DPCN vive dentro questa interrogazione senza formularla; continua a muoversi, a difendere la propria posizione. Nella corsa prolungata prende forma un paradosso severo. Per sopravvivere si restringe lo spazio comune; per non cadere si spinge chi sta accanto un passo più indietro. Spesso per riflesso, difficilmente per scelta. Una malinconia antica sta sotto tutto questo, che nessun brunch domenicale o corso di yoga riuscirà a toccare davvero, perché la sua origine non è nella stanchezza ma nell’assenza di qualcosa che non è mai stato insegnato a riconoscere. Poi, quando il terreno cede, ci si accorge (forse) che il passo indietro era anche il proprio.
[Questa analisi troverà, con la puntualità di un riflesso pavloviano, la sua risposta già pronta. Si dirà che quanto descritto qui è, esso stesso, l’ennesima forma del vecchio vincolo; che osservare la DPCN con questa distanza equivale a negarle il diritto di essere davvero sé stessa, davvero libera; che un ritratto tracciato con ironia (sferzante, sì) è un ritratto tracciato con ostilità, e che quindi il problema è di chi ha tracciato. L’obiezione non ha bisogno di misurarsi con il contenuto, le basta disqualificarne la fonte. Chi ha scritto non può capire, perché è troppo condizionato dalle stesse categorie di cui si parla, e dunque tutto decade, non confutato ma delegittimato. Ecco, si dirà: siamo alle solite. Non ci lasciate mai essere davvero noi stesse. La frase è già scritta, da qualche parte, e aspetta solo di essere usata. Il fatto che sia intercambiabile con qualunque altra critica mai rivolta alla DPCN, a prescindere dal contenuto, non costituisce una difficoltà. Costituisce, semmai, la conferma.]
Roberto Donati
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