Oggi mi preparo ad annoiarvi un po’ raccontando la guerra americana alla Cina che si svolge sul terreno tecnologico e sul presupposto che gli Usa per diritto divino devono essere sempre alla testa del mondo a qualsiasi costo e a qualsiasi prezzo, soprattutto se tale prezzo viene pagato dagli altri. Per chi non ama fermarsi alla cronaca è una storia interessante perché entra un po’ nelle viscere del potere e delle contraddizioni cui si va incontro quando si va ostinatamente contro la realtà delle cose. Dunque torniamo un attimo al primo mandato di Trump, quando Washington alzò la posta in gioco per contenere l’ascesa tecnologica della Cina: inizialmente vietò le vendite di chip statunitensi a Huawei nel tentativo di distruggere il gigante delle telecomunicazioni e della telefonia mobile. L’iniziativa fallì miseramente, ma come sempre, l’opzione predefinita di Washington di fronte a uno smacco è quella di raddoppiare gli sforzi nella stessa direzione. Così, durante il suo mandato, Biden ha ulteriormente intensificato la guerra tecnologica vietando l’immissione sul mercato cinese di chip, software e persino macchine litografiche per la realizzazione di chip avanzati per l’intelligenza artificiale con l’obiettivo esplicito di impedire alla Cina di raggiungere il livello di sviluppo dell’intelligenza artificiale degli Stati Uniti.
Su questa strada c’era però un piccolo ostacolo: la Cina è il più grande mercato mondiale per i semiconduttori e il regime di Biden voleva continuare a trarre profitti da Pechino ostacolandone al contempo il progresso tecnologico. La soluzione è stata quella di consentire la vendita di chip di una o due generazioni precedenti rispetto a quelli più all’avanguardia. Perciò Nvidia, di fatto monopolista mondiale dei chip per l’intelligenza artificiale, ha progettato il processore H20 specificamente per il mercato cinese, in conformità con il controllo delle esportazioni imposto da Biden. La strategia di Nvidia era quella di continuare a trarre profitto dalla domanda cinese e di vincolare gli sviluppatori di IA cinesi al suo ecosistema software Cuda, senza però vendere le realizzazioni più recenti. Di qui lo choc che si è avuto quando all’inizio di quest’anno la DeepSeek ha lanciato il suo modello di intelligenza artificiale migliore di quelli occidentali, ancorché basati su chip meno potenti.
Sussurri e grida. il secondo Trump è corso ai rimedi vietando anche la vendita dei chip H20 alle aziende tecnologiche cinesi e causando grossi guai a Nvidia che è stata costretta a svalutare i 5,5 miliardi di dollari di valore di questi processori che aveva in magazzino. A questo punto un mercato di fatto monopolizzato dalle aziende americane e da Ndivia in particolare, si è completamente aperto a quelle tecnologiche cinesi da tempo vogliose di avere un grande mercato per evolvere il loro prodotti. The Donald si è accorto dell’errore commesso (ma questo gli accadrà probabilmente ogni giorno per tutto ciò che gli resta del mandato) e ha revocato il divieto mandando il suo segretario al commercio a dire “avremo il mercato cinese dei chip, ma venderemo loro chip che non sono i nostri migliori”. Però erano calcoli sbagliati e derivanti da una percezione radicalmente errata che gli Usa hanno di se stessi. Pechino infatti dapprima ha fermato i chip Ndivia sollevando perplessità sulla possibilità che questi processori contenessero delle backdoor in grado di controllare i sistemi, cosa del resto abbastanza plausibile visto che gli stessi deputati americani avevano chiesto in sostanza che su questi chip fossero installati sistemi di controllo.
Una settimana fa l’ultimo atto: Pechino non comprerà più chip americani preferendo ostruirà la sua industria dell’intelligenza artificiale completamente separata dalle tecnologie statunitensi. Insomma tutta la Cina sta adottando lo stesso approccio di Huawei quando fu presa di mira dal primo Trump preferendo fare tutto da sé, processori e sistemi operativi. Il problema in realtà non esiste, in Cina sono stati sviluppati chip che hanno la medesima potenza di quelli Ndivia e inoltre Huawei ha creato super-nodi di elaborazione IA più potenti, come CloudMatrix 384 basato su Ascend 910C, rispetto al rack di elaborazione Nvidia GB200 NVL 72 considerato all’avanguardia, basato sui suoi chip Blackwell più avanzati.
L’intelligenza artificiale è un problema di elaborazione parallela. Invece di competere sulle prestazioni di ogni singolo chip di intelligenza artificiale, la Cina sta cambiando le regole del gioco collegando più chip per raggiungere una scalabilità maggiore e offrire prestazioni migliori. Inoltre Pechino sta investendo molto anche nelle tecnologie dei semiconduttori di prossima generazione, dai chip fotonici ai semiconduttori di terza generazione, come quelli basati sul seleniuro di indio, un materiale 2D che ha dimostrato un potenziale significativo per superare le prestazioni dei tradizionali chip in silicio e a quanto pare i ricercatori dell’Università Remin si apprestano a presentare i primi processori basati su questo nuovo materiale. Ben presto la Cina avrà un sistema parallelo a quello Usa e un mercato potenziale enorme anche nel resto del mondo. Senza parlare delle ricerche avanzate che russi e cinesi stanno conducendo in una remota regione della Siberia.
In poche parole la miope belligeranza del regime statunitense è riuscita a minare il predominio del suo stesso campione tecnologico, ovvero Ndivia il che è esattamente l’opposto di come Pechino ha coltivato il predominio della Cina nel settore delle terre rare. Gli arroganti e ignoranti agenti di Washington hanno sempre dato per scontato che la loro belligeranza non fosse mai ricambiata e che nessuno osasse rispondere al bullo. Ma prima hanno sbattuto la testa contro l’Ucraina e adesso contro la Cina.
fonte:
https://ilsimplicissimus2.com/2025/09/19/la-cina-non-ha-ndivia-dellamerica
