Debbo dire di essere stato troppo pessimista e di avere attribuito a Trump una dimensione che evidentemente non possiede: dopo giorni che annunciava fuoco e fiamme sull’Ucraina, comprese sanzioni nei confronti di chi commercia con la Russia, ieri si è limitato a dire che tocca agli europei comprare dagli Usa qualche missiletto da regalare a Zelensky. Ma questo non subito, solo se tra 50 giorni Mosca non accetterà un cessate il fuoco incondizionato e non legato all’inizio delle trattive di pace, cosa che la Russia sta già rifiutando da mesi. Perché 50 giorni? Senza nessuna ragione concreta, ma piuttosto da pubbliche relazioni: il rinvio serve soltanto a creare un certo spazio temporale abbastanza stretto per dare una qualche credibilità a questa sorta di diktat, ma soprattutto abbastanza ampio per lasciare margine a ripensamenti, giravolte e cambi di rotta. Voglio sperare che a Washington non si pensi davvero che il governo russo possa accettare di fermare le proprie azioni militari in cambio di nulla, come se non si sapesse fin troppo bene che la Nato o meglio qualcuno dentro la Nato, vuole solo un po’ di respiro per poter seriamente riarmare Kiev. Ammesso e non concesso che ciò serva a qualcosa ormai. Insomma pareva che si dovesse udire il ruggito del leone e invece si è sentito solo lo squittio del topo.
Al contrario si è potuto ascoltare un discorso di Putin, così lontano dalle affabulazioni occidentali e alle pulsioni di morte che esse esprimono, da sembrare formulato in un altro mondo. Il presidente russo ha attribuito il conflitto tra Russia e Occidente non a questioni ideologiche, ma al fatto che “Gran Bretagna, Francia e altri ex imperi continuano ad attribuire alla Russia la responsabilità dello smantellamento del loro potere coloniale”. Poche parole per esprimere concetti complessi: il fatto ad esempio che nei Paesi della Nato si è sfruttata al massimo possibile la falsa identificazione tra Russia e Unione Sovietica per ottenere un certo consenso al conflitto e a sanzioni che hanno colpito soprattutto chi le ha messe. Però la genialata è stata quella di non non citare gli Usa esplicitamente, ma di chiamarli ex impero il che la dice lunga sulla trasformazioni di leoni mediatici in topi quando si passa dalle parole ai fatti. E i veri fatti sono che il mondo è ormai stanco delle ruberie di formaggio. Nella stessa frase si fa intendere che da ex imperi i Paesi europei sono diventati a loro volta colonie prone al volere di Washington. Insomma una pennellata di verità sullo stato dell’Occidente e anche sul ruolo che la Russia potrebbe avere nello spezzare certe catene.
Ma qui voglio mettere qualche puntino sulle “i”: parecchi sembrano pensare che non si arriverà una guerra globale perché l’Europa è in agonia, debole e sempre più divisa nonostante la patina di biacca retorica fornita da Bruxelles, mentre gli Stati Uniti sono alle prese con una crisi del debito e della bilancia commerciale che li rende troppo instabili e a rischio in questo momento storico, soprattutto in relazione al declino del potere internazionale del dollaro che è ormai la spina dorsale dell’economia americana. Tutto vero, ma sono precisamente queste le ragioni per le quali la scelta della guerra potrebbe rivelarsi inevitabile per una élite che si sente in pericolo dopo essere quasi riuscita a dare il proprio assalto al cielo. È proprio in queste condizioni che la tentazione di sparigliare le carte può diventare fortissima ed essere considerata una possibile soluzione a un declino inevitabile nel momento in cui si sta passando ad un nuovo e diverso paradigma. si possono anche ostacolare le tendenze alla multipolarità, ormai fortissime, si possono minacciare i Brics, si può ricattare in gito per il pianeta, ma ormai si tratta di una corrente sempre più forte che non è possibile sradicare. Certo si può nuotare controcorrente, ma con il risultato di fare poca strada ed esaurire le energie: dunque è tutt’altro che remota l’ipotesi di un ultimo grande e tragico tiro di dadi.
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