Nell’anno 260 d.C., il destino dell’Imperatore Valeriano costituisce l’istante preciso in cui la pretesa di universalità di Roma s’infrange contro la realtà di un’alterità speculare inassimilabile. Fino a quel momento, l’Impero aveva sì conosciuto la sconfitta ma mai l’irrimediabile profanazione di una figura imperiale. L’Iran sasanide, sorto nel 224 d.C. quando Ardashir I abbatté l’ultima resistenza partica nella battaglia di Hormozdgan, si pose fin da subito come un’alternativa metafisica e politica al modello romano. In questo scontro tra i “Due Soli” del mondo antico, si assiste a un fenomeno paradossale: mentre Roma tentava di contenere militarmente la Persia, finiva inesorabilmente per assorbirne le strutture profonde del potere.
L’agonia di Valeriano: l’Impero in catene
La fine di Valeriano rappresentò un martirio politico capace di scuotere dalle fondamenta dell’ecumene romana. Giunto ad Edessa per fermare l’avanzata dello Scià Sapore I, l’imperatore si trovò intrappolato tra le mura della città e un esercito nemico superiore, mentre la peste decimava le sue legioni. Nel tentativo di negoziare una tregua, Valeriano fu attirato in un tranello e catturato vivo.
La narrazione della sua fine oscilla tra la cronaca e la leggenda. Sapore I, consapevole della potenza simbolica della sua preda, trasformò l’imperatore in un feticcio di gloria vittoriosa. Si racconta che per anni, ogni volta che lo Scià montava a cavallo, Valeriano venisse costretto a curvarsi perché il vincitore potesse usarne la schiena come sgabello. Alla sua morte, il corpo del sovrano fu scorticato; la sua pelle, tinta di porpora e riempita di paglia, venne appesa in un tempio come trofeo eterno. A Naqsh-e Rostam, i rilievi rupestri celebrano ancora oggi quel trionfo, immobilizzando Valeriano in un gesto di eterna supplica davanti allo zoccolo del cavallo persiano.
La fine del “Princeps” e la nascita del “Dominus“
Il trauma del 260 d.C. accelerò la crisi del modello imperiale tradizionale. Fino ad allora, l’imperatore era il primus inter pares, insomma una sorta di magistrato supremo. Il contatto con la monarchia iranica e la necessità di restaurare un’autorità infranta portarono alle riforme di Diocleziano (284-305 d.C.) e poi di Costantino. L’imperatore smette di essere un uomo tra gli uomini: si barrica dietro cortine di seta, indossa il diadema gemmato – un’importazione diretta dalla corte sasanide – e pretende la proskynesis (l’atto di prostrarsi). La maestà risiede ormai nell’epifania del sacro. Roma diventa “persiana” nella sua estetica: il potere deve farsi distante per apparire eterno.
Due teocrazie a confronto
L’Iran sasanide fu il primo grande Stato a strutturarsi attorno a un’identità religiosa nazionale ferrea, ossia lo Zoroastrismo. Roma rispose con una virata altrettanto radicale. La cristianizzazione dell’Impero, culminata con l’Editto di Milano (313 d.C.) e il Concilio di Nicea (325 d.C.), può essere letta anche come una necessità geopolitica: dotare lo Stato romano di un’anima metafisica capace di competere con il fervore religioso dell’altopiano iranico. Il conflitto divenne ormai fra tra due visioni del mondo convinte di agire per mandato divino.
L’eredità del trauma
Il “Castello dell’Oblio” e il rilievo di Naqsh-e Rostam rimasero profondamente impressi nella psiche romana. Valentiniano I, asceso al trono nel 364 d.C., comprese che l’Oriente era un vero e proprio limite ontologico. La sua gestione del confine, segnata dal realismo dopo il disastro della campagna di Giuliano l’Apostata (363 d.C.), segna l’accettazione di un mondo bipolare.
In ultima analisi, l’Iran sasanide costrinse Roma a scoprire di non essere l’unico sole del mondo. Tale consapevolezza portò alla nascita di una nuova forma di sovranità, più rigida e gerarchica. Quando oggi guardiamo alla solennità dei rituali di Stato o all’iconografia del potere assoluto, osserviamo i resti di quell’antico contagio: il momento in cui l’Impero, per non soccombere all’Iran, decise di imitarne la maestà.
Antonio Martone
fonte: