Mala tempora currunt per la vita di relazione, e non certamente a causa del famigerato patriarcato, una parola che evoca regresso e distruzione. Possiamo tranquillamente affermare che non rappresenta più un pericolo concreto, quanto una distorsione antropologica che colloca in un tempo di Erinni e Valchirie lo spettro innocuo di un passato sepolto dalle rivoluzioni talebane delle femministe ante litteram. Questioni e lotte che avevano un senso in una società borghese come quella degli anni Settanta, un bersaglio obbligato per un femminile che reclamava a pieno titolo di esistere in quanto corpo organico, pensiero e volontà. Kristeva e le altre non si sono mai concentrate sulla lotta politica per la parità legale, quanto su una rivoluzione del linguaggio e del corpo, condotta tra ordine simbolico del linguaggio strutturato, delle regole e della logica (associato al “nome del Padre”) e ordine semiotico come parte del linguaggio legata ai ritmi, alle pulsioni e ai suoni. La vera liberazione (femminile e non solo) passava per il recupero del semiotico all’interno del discorso ufficiale, rompendo la rigidità del sistema patriarcale attraverso l’arte e la poesia.
Un discorso lontano dalla portata comune ma altamente centrato sulla dimensione intellettuale del sesso femminile. Non dimentichiamo, comunque, che come istanza teoretica la rivendicazione si svolgeva attraverso una narrazione che coinvolgeva trasversalmente tutte le classi sociali, seppure di iniziale estrazione borghese ma esteso successivamente alle donne del proletariato e alle loro problematiche decisamente più materiali. Parafrasando Ludwig Feuerbach “L’uomo è ciò che mangia” e la tensione escatologica corrisponde perfettamente alla situazione immanente della persona. Ci troviamo oggi, a causa della pseudodemocratizzazione dell’educazione (il più grande inganno della società contemporanea) a un ritorno in chiave “pop” di una filosofia femminista spogliata della parte mentale e ridotta al primato della pulsione sentimentale-sessuale che annulla secoli di costruzione sociale e familiare che, con tutti i limiti della cultura giudaico-cristiana, ha portato comunque al progresso della specie umana. Un mantra ripetitivo che evoca continuamente lo spettro di una dittatura androgina morta e sepolta ma rievocata al bisogno senza una logica storica. Ma davvero oggi la donna, dietro la rivendicazione di un rispetto fondato sul consenso a senso unico, sull’hic et nunc del nichilismo senza una prospettiva a lungo termine, incastrata in una serie infinita di contraddizioni, ha intenzione di conciliare i conflitti emulando le caratteristiche peggiori del genere umano che dice di voler combattere?
C’è un grosso equivoco nelle giovani generazioni: quello di intendere la relazione come una situazione esclusivamente personale, slegata dal fattore culturale, fondata sulla potenza erotica come collante, requisiti che per la borghesia erano riservati alle classi sociali inferiori. L’essere umano è un animale sociale, politico ed è inserito, suo malgrado, in un sistema che assicura la sopravvivenza della specie. Lo spauracchio del patriarcato è ormai definitivamente scardinato dall’idea dell’accudimento e della cura non più come una missione biologica femminile, ma condivisa da entrambi i sessi. Cosa possiamo aspettarci invece da una postura ideologica fondata da parole chiave che semplificano argomenti di una complessità incredibile: femminicidio, narcisismo, consenso, me too, e molto altro? Il maschio, reo di aver contribuito a mantenere gerarchie secolari e privo di strumenti per orientarsi nelle relazioni e nel lavoro è completamente irretito dalla valanga mediatica che lo trascina nella più profonda spersonalizzazione, trovandosi a gestire un femminile che si pone in una posizione risarcitoria perenne che tuona il diritto di ricevere riparazione per l’ingiusto danno subìto. Il paradosso sociale è estremo: a fronte di continue richieste di empatia e collaborazione, permangono ancora forti pressioni esterne riguardo una mascolinità che sembra latitare o affermarsi con volgarità per contrapposizione.
Tutto questo, probabilmente, sotto la spinta di un curioso cortocircuito storico che vedeva il femminismo degli anni Settanta lottare per l’indipendenza economica, mentre i social media contemporanei riportano in auge modelli che sembrano usciti da un’altra epoca, ma con una veste grafica e comunicativa modernissima. Una giungla di atteggiamenti che spazia dall’ipergamia come forma di empowerment femminile, la “Stay-at-Home Girlfriend”, il pensiero queer che rivendica il diritto di rifiutare la normalizzazione. La crisi profonda del maschio è attraversata dalla nuova ondata del transfemminismo e antispecismo che critica tutte le gerarchie di dominio, o presunto tale e, abbandonando il modello intellettuale e denso di significati di donne come la Kristeva, Angela Davis, Luce Irigaray, pratica una militanza aggressiva e priva di strumenti culturali contribuendo alla distruzione progressiva delle identità femminile e maschile. C’è un carico di violenza in questa schizofrenia contemporanea che ha causato una psicopatologia di massa declinata negli atteggiamenti più vari, fino alle estreme conseguenze. Quello che stiamo abbandonando è il concetto di cultura nella sua funzione coesiva e normativa (che in parte il femminismo ha contribuito a demonizzare come costrutto ideologico) con la paralisi del pensiero critico e dell’autodeterminazione. La riflessione sorge spontanea.
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