• Luglio 21, 2026 1:22 am

Il comunismo come speranza infranta. Ma la storia continua

Dibasnews

Giu 15, 2026

(Parte prima)

“L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi; la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale; però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse”. (Karl Marx, dalla “Critica della filosofia del Diritto Pubblico di Hegel”).

La sconfitta, le delusioni, i tradimenti.

Questo testo non ha nessuna pretesa storica, teorica o filosofica, anche se parla di storia, di filosofia e di teoria, pane quotidiano della mia generazione. E’ soprattutto una riflessione personale, parziale e politica, su una vicenda che ci ha visti protagonisti con le speranze, le illusioni, le delusioni, i tradimenti che ci hanno attraversati. Non cercate la coerenza teorica nel testo, che potrebbe difettare, ma il valore di una testimonianza e lo spirito di denuncia contro tutto quello che è andato storto, con una possibile narrazione alternativa da costruire.

Capita spesso, infatti, di interrogarmi sulle mie scelte di vita, sulle spinte ideali della mia giovinezza, sulla mia adesione alle aspirazioni dei più umili, sul mio “arruolamento” quarantennale alla causa del mondo del lavoro nella Cgil e sulla mia condivisione dei valori del socialismo e del comunismo. Capita spesso anche di interrogarmi su cosa sia rimasto di tutto questo, sul perché dei suoi fallimenti, soprattutto del fallimento della grande utopia del comunismo. Il comunismo ha fallito per tante ragioni. Perché non era forse adeguato all’attuale antropologia umana dominata dallo spirito competitivo invece che cooperativo; perché era solo un tentativo utopico di rispondere alla domanda di giustizia e uguaglianza dei ceti popolari e del proletariato industriale; perché è stato ridotto a economicismo dai suoi stessi seguaci; perché ha inseguito forse solo il benessere e abbandonato l’ideale utopistico invece di coltivarlo; e anche perché l’interesse a che quest’utopia sparisse dalla storia erano molto forti.

Ma la delusione più grande l’ho provata dal trasformismo che ha colpito i suoi gruppi dirigenti, politici e intellettuali, dalla facilità e dall’opportunismo con cui si sono adattati alle nuove tendenze politiche e culturali, al nichilismo postmoderno e alle ideologie neo-liberali, di cui oggi ne sono i cantori.

A giustificazione di questo trasformismo è spesso portato l’argomento che la lotta di classe sia un retaggio del passato, che il comunismo sia stato un fallimento, Marx un ferrovecchio, e che la società liberale sia l’unico orizzonte cui guardare e che non abbia alternative. In sostanza si autorizzano, in nome della democrazia liberale, il pensiero unico, la negazione della dialettica sociale, l’assolutizzazione del capitalismo, la fine della storia.Tutta quella storia fatta invece di speranze, di aspirazioni all’uguaglianza, di lotte, di sacrifici, di legami sociali e comunitari, è stata così spazzata via senza neanche l’elaborazione del lutto. Da allora tutti siamo stati un po’ più soli.

Ma il mondo che questa nuova teologia neo-liberale ci lascia in eredità non è un mondo pacificato, né con l’uomo né con la natura: è intriso di conflitti sanguinosi di carattere sociale, politico, geopolitico, religioso, nonché di devastazioni dell’ambiente naturale e umano. Milioni di profughi ambientali, da guerre, da persecuzioni religiose, dalla miseria e dalle carestie vagano per il pianeta in cerca di riparo e migliore fortuna. Le grandi diseguaglianze sono la chiave interpretativa di questo nuovo ordine-disordine globale. Le guerre “umanitarie” e “democratiche” di cui si fa portatore servono ad autogiustificarlo.

Il Comunismo e l’Uomo Nuovo

Se la prospettiva comunista ha fallito, non è questa una buona ragione per dismettere le armi della critica e per accettarne lo status quo. La Storia continua a generare vincitori e vinti, miseria e ricchezza, oppressione e aspirazioni alla libertà. La lotta tra questi poli opposti ne è ancora il suo motore. Allora, se la Storia non è finita, gli ideali che avevano animato le antiche lotte del movimento operaio non vanno dimenticati, ma reclamano oggi di essere ascoltati e riattualizzati. Il passato e la storia dei vinti di ieri grida ancora giustizia e attende il suo riscatto. C’è ancora spazio per chi non si è arreso e per chi intende riprendere e sventolare le antiche bandiere dell’uguaglianza, della libertà, della fratellanza.

Riprendere il filo interrotto di questa storia, delle ragioni della sua sconfitta, è il compito che attende chi si accinge a riprendere a praticare la critica delle armi.A partire dalla domanda: cosa è stato il comunismo? La lotta per la giustizia sociale? La lotta per l’emancipazione del mondo del lavoro? Il desiderio di un maggior benessere? Forse un po’ di tutto questo. Ma soprattutto il suo sogno è stato quello di forgiare l’Uomo Nuovo.

L’Uomo Nuovo, in effetti, è stato la grande utopia dell’Illuminismo prima e del comunismo da Marx in poi; un Uomo liberato dalla schiavitù del lavoro salariato e artefice della propria libertà e di quella dell’umanità intera.L’ascesa della borghesia come classe dominante è stata sostenuta dall’universalismo illuminista che delineava con Kant un mondo unificato e pacificato dai valori borghesi. La Rivoluzione francese sembrava aprire l’alba del nuovo mondo quando gli ideali dell’Illuminismo sembravano potersi materializzare nella storia concreta. La realtà svelava invece un mondo che si scopriva diviso tra borghesi e proletari sotto la spinta e l’affermarsi del capitalismo industriale. Fu allora che il sogno di una società umana universale e borghese è spezzato. Non a caso Hegel definisce il comunismo come “coscienza infelice” della borghesia e il movimento comunista si pone con Marx come erede degli ideali dell’Illuminismo con la promessa di una società senza classi, il comunismo. La lotta di classe concepita da Marx vedeva in essa l’intervento di un soggetto storico, il proletariato, che doveva inverare nel comunismo il sogno dell’uomo universale, superando la divisione borghesia-proletariato prodotta dalla rivoluzione capitalista. Pensava a una classe consapevole della sua missione storica, la “classe per sé”, che si proponesse come erede della filosofia classica tedesca.

La domanda vera sarebbe. Perché questa prospettiva rivoluzionaria è fallita?

La risposta la si sta ancora cercando. Ma possiamo dire che una delle risposte risiede nella pretesa scientificità della rivoluzione comunista, nel marxismo inteso come scienza della rivoluzione comunista, guidata da leggi inscritte nello sviluppo stesso del capitalismo che avrebbe generato da sé le forze destinate a soppiantarlo, attraverso lo sviluppo delle forze produttive e con la formazione del general intellect (l’intelligenza collettiva nel lavoro cooperativo associato, dall’ultimo manovale al dirigente d’azienda), che avrebbe diretto la produzione al posto del capitalista padrone. Questa presunta legge non ha funzionato, ma è stata utilizzata dai marxisti venuti dopo e dai partiti socialisti e dai sindacati operai per fondare una teoria politica per cui non ci sarebbe stato bisogno di fare nessuna rivoluzione perché questa si sarebbe verificata spontaneamente e deterministicamente (socialdemocrazia). Quindi il compito del Partito era di andare al governo e quello dei sindacati di organizzare lotte sindacali redistributive e non per il potere.

La rivoluzione socialista era affidata al naturale processo storico. I comunisti non a caso accusarono di “tradimento” la dirigenza socialista e promossero le scissioni dai partiti socialisti fondando i partiti comunisti e la Terza Internazionale sulla scia della Rivoluzione d’Ottobre.

La Storia non è finita

Ma il movimento comunista non è stato solo la storia di una rivoluzione fallita. È stato anche un potente fenomeno di emancipazione sociale e culturale delle classi povere e subalterne che acquistavano dignità umana e politica entrando per la prima volta nella storia del mondo. Per questo il mio “eroe” preferito è Di Vittorio, un bracciante povero e analfabeta pugliese, diventato un intellettuale politico e grande e indimenticabile dirigente sindacale, senza smarrire e rinnegare mai l’umanità delle sue umili origini. E come non ricordare le tante figure di contadini senza terra che hanno animato la resistenza antifascista e le lotte agli agrari nel povero Mezzogiorno tra le due grandi guerre mondiali, come il mio compaesano Angelo Antonicelli (Il Sovversivo, Memorie di un contadino di Massafra -Edizioni LiberEtà)? Io amo anche il Gramsci che difende la cultura e le lingue popolari contro la loro omogeneizzazione, anticipando in questo Pasolini, il Pasolini che critica le scorciatoie del consumismo e ci insegna a distinguere tra ciò che è vero progresso da ciò che è sviluppo e consumismo alienante. Certamente il consumismo, che ha caratterizzato il boom economico degli anni ’60, ha modificato antropologicamente l’Italia e la società europea. Alle miserie della guerra e del dopoguerra è subentrato, anche grazie alle lotte operarie e sindacali, un periodo di relativo benessere che ha consentito alle famiglie operaie e contadine di abitare in case con acqua corrente e servizi igienici, di vivere in stanze non sovraffollate con figli numerosi, di poter godere in casa di servizi come la Tv, il riscaldamento, il frigorifero, la lavatrice, la cucina a gas, il telefono. Questa tendenza al benessere ha alimentato una nuova e diversa coscienza di sé, introducendo nella cultura popolare però anche il veleno dell’individualismo proprietario e della corruzione della propria identità su cui richiamo qui le denunce e gli allarmi inascoltati di Pasolini.

Sono, questi ancoraggi culturali che ancora m’ispirano, anche se sembrano fuori moda nell’epoca in cui domina l’idea che la libertà si confonda con il libertinismo filosofico e di costume, che il desiderio individuale da soddisfare diventa la morale che guida le nostre azioni, in cui lo sradicamento e la perdita della memoria hanno sostituito l’appartenenza alla storia collettiva dei luoghi, delle classi sociali e delle comunità. L’edonismo, il consumismo, il desiderio di possesso illimitato, il nomadismo cosmopolita e il relativismo etico sono, infatti, i tratti distintivi e decadenti della odierna civiltà occidentale.

La controrivoluzione liberista ha infranto tutti i nostri sogni, la sinistra rivoluzionaria è sparita, il proletariato non ha fatto la rivoluzione, il PCI non c’è più da oltre trent’anni, la borghesia sta scomparendo sostituita da nuovi ceti rampanti post-borghesi senza patria e senza valori che la sinistra attuale rispecchia e che per questo non mi appartiene. Ma il mondo non è pacificato. Per questo non mi adeguo. Non è tutto oro ciò che riluce. Dietro l’ideologia del benessere, si cela un mondo d’ingiustizie e sofferenze che la mediocre politica del nostro tempo finge di non vedere; ci sono voci che gridano inascoltate chiedendo giustizia, che ci parlano di un mondo del lavoro umiliato e impoverito da un’eterna precarietà, senza un’adeguata rappresentanza politica e sindacale; voci inascoltate d’interi territori abbandonati o consegnate alle nuove e vecchie mafie, con un Mezzogiorno ridotto a uno stato semi-coloniale dal capitalismo separatista e predatorio del Nord; e di grandi città le cui periferie sono un crogiuolo di umanità esclusa, popolata dagli scarti della nostra civiltà dell’illusorio benessere.

No. La Storia non è finita. Il vento della storia non ha cessato di soffiare. Se non lo sentiamo più, è perché in tanti ci siamo adeguati al suo corso, quello dei vincitori, o perché ci siamo messi al riparo da essa, lontano dal suo rumore che ci parla dei vinti o di quelli che resistono.

Antonio Castronovi

fonte:

Di basnews

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