giovedì, 23 Marzo 2023
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I partiti italiani: così diversi, così uguali

Francesco Bennardo per il Simplicissimus

In una illuminante puntata della sitcom Camera Cafè, andata in onda dal 2003 al 2017 e ambientata nell’ufficio di un’innominata azienda multinazionale, il delegato sindacale comunista Luca Nervi e il direttore fascista Augusto De Marinis riescono a elaborare un accordo perfetto, un patto di corresponsabilità tra dirigenti e lavoratori in grado di prevenire ogni minimo contrasto tra capi e maestranze per i futuri decenni. Proprio quando si accingono a firmare il prezioso documento, i due vengono presi dal dubbio mucciniano: «Che ne sarà di noi?». Eh già, perché pur essendo come i ladri di Pisa – i quali notoriamente litigano di giorno per rubare insieme di notte – Luca e Augusto sono stati messi ai posti di comando proprio perché arcigni difensori senza sé e senza ma del loro ceto sociale. Nonostante la corruzione, l’incapacità e lo scarso livello culturale che manifestano, il loro potere è solido perché si basa sull’eterna conflittualità tra servi e padroni e da esso, solo ed esclusivamente da esso, trae legittimazione. Venuta meno questa conflittualità, concludono i due, il loro compito potrà dirsi esaurito, con le ovvie conseguenze del caso: il Presidente nominerà un nuovo e più morbido direttore, il sindacato farò altrettanto con il proprio delegato. «Questo mai!», sentenziano i due – ancora una volta concordi – ed allora eccoli scervellarsi tutta la notta per trovare una clausoletta su cui far finta di litigare, impuntarsi ostinatamente e mandare tutto l’accordo a carte quarantotto. La splendida intesa già stilata viene mandata al macero per quella che il principe De Curtis avrebbe definito una pinzillacchera e il potere dei nostri eroi è salvo.

I partiti della cosiddetta sinistra e i partiti della cosiddetta destra, in Italia, sono esattamente come Nervi e De Marinis: hanno la stessa mentalità, lo stesso programma, gli stessi ideali. Sulle questioni di fondo, non c’è una virgola di differenza. Eppure, un paio di bazzecole su cui dividersi e far finta di litigare devono saltar fuori, altrimenti come riuscirebbero a convincere i poveri gonzi degli elettori a votare? Fin quando il Cavaliere godette di buona salute e prestigio, i giochi erano presto fatti: berlusconiani da un lato, antiberlusconiani dall’altro. E vai col tango, un lunghissimo tango iniziato con la «discesa in campo» berlusconiana del 26 gennaio 1994 e conclusosi con uno squallido casquè il 16 novembre 2011 (nascita del governo Monti). Da quel giorno, la musica cambia: l’avversario non è più una «zecca comunista» o uno «sporco fascista», ma un partner con cui è possibile il confronto (che poi, in un climax inciucista sempre più imperioso, diventerà dialogo e infine alleanza). La retorica delle «soluzioni condivise», delle «riforme necessarie per questo paese», delle «strategie comuni per la ripartenza» – che ha trovato nei 500 giorni di dominio incontrastato di Draghi la sua acme – la conosciamo ormai a memoria.

La troppa vicinanza tra gli ex acerrimi nemici contribuisce a far splendere l’astro del Movimento 5 Stelle: il grillismo sembrava una supernova, ma si rivelerà una nana bianca disposta a rinunciare a tutti i propositi originari – e a diventare, nel caso di Di Maio e dei suoi accoliti, più realista del re – pur di essere accolta nella grande famiglia dei moderati. Moderati, parola ormai svuotata dal significato originario che sta ad indicare tutti coloro che condividono le seguenti posizioni politiche:

  • In politica estera, filo-atlantismo e filo-europeismo senza sé e senza ma (anche a costo di violare lo spirito della Costituzione, come nel caso della cessione delle armi all’Ucraina e al battaglione Azov);
  • In Economia, neo-liberismo sempre più spinto;
  • In politica religiosa, sostanziale mantenimento dello status quo corrente (con particolare “comprensione” verso le posizioni vaticane);
  • In politica giudiziaria, garantismo tout-court.

Tutti i partiti italiani presenti in Parlamento, da Fratelli d’Italia a Liberi e Uguali, condividono queste generiche linee-guida. Tutti. Ed allora sorge il problema di trovare quelle famose bazzecole su cui far finta di scannarsi per aizzare le varie tifoserie e convincerle a mettere convintamente la croce sulla scheda. Alla fine, le bazzecole pescate dal cilindro sono due: i diritti della comunità LGBT+ e l’immigrazione.

Intendiamoci subito: non si tratta assolutamente di bazzecole in senso stretto. Sono due questioni fondamentali dei nostri tempi, spesso sfociate purtroppo in tragedia. Meriterebbero quindi più rispetto e più attenzione. Ma i nostri partiti le utilizzano come meri pretesti per far finta di litigare. «La sinistra è il partito dei gay e dei neri, votate per noi!»; «La destra è il partito degli omofobi e dei razzisti, votate per noi!». Finché la situazione politica rimarrà immutata, la questione dell’immigrazione non sarà mai affrontata seriamente, perché così com’è conviene a tutti: a chi sfrutta i migranti come lavoratori sottopagati, a chi inquadra i migranti come ospiti di ben remunerate cooperative, a chi utilizza i migranti come bacino elettorale. Una cosa molto simile si può dire per i diritti della comunità gay (ecco perché era prevedibile che il DDL Zan non fosse approvato, così come è prevedibile che qualunque sia l’esito delle elezioni del 25 settembre nulla sarà fatto in proposito).

Democrazia non significa libera circolazione dei partiti, ma delle idee. Se tutti i partiti, fossero anche mille, mettono in campo la stessa idea, nel Paese circolerà solo quell’idea: esattamente come in una dittatura.

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