Le verità rimangono, le balle passano anche se, avendo le gambe corte, non velocemente come si potrebbe sperare. E forse non c’è nulla di più esplicativo di questo universo concentrazionario di balle e ideologismi a geometria variabile, spesso del tutto contraddittori, è il permanere in Europa delle costose fantasie climatiche e allo stesso tempo dell’ aspirazione bellica e di riarmo che ne è l’esatto contrario. Mentre la burocrazia di Bruxelles promette la luna ai cittadini con il Green Deal, regolamenta ogni centrale termica e mette in ginocchio l’industria con obiettivi utopici di riduzione delle emissioni, sullo sfondo si sta avviando un inquietante ritorno al militarismo. La maschera cade e ciò che emerge non è un “futuro climaticamente neutro”, bensì un riarmo intensivo che rende assurdo qualsiasi bilancio di CO2. La Ue continua a combattere la presunta “emergenza climatica” con miliardi di sussidi per turbine eoliche, pompe di calore e auto elettriche, ma un recente articolo della Columbia University rivela cosa sta realmente immettendo CO2 nell’atmosfera: la guerra. Premesso che la demonizzazione della CO2 è solo una tesi di comodo e adatta alla speculazione, perché anzi l’anidride carbonica è un gas a debole effetto serra, ma assolutamente necessario alla vita vegetale, l’articolo, “ The Environmental Cost of War ”, pubblicato la scorsa settimana, chiarisce inequivocabilmente che i conflitti moderni – sia in Ucraina che ora in Iran – non solo costano vite umane, ma rappresentano anche un gigantesco problema ambientale. Ed è proprio questo che mette a nudo la doppia morale della politica dell’Ue: da un lato, il sacro Green Deal con le sue fantasie di zero emissioni nette entro il 2050, e dall’altro, la rapida rimilitarizzazione dell’Europa, che rende privi di significato tutti questi obiettivi.
Tanto per fare un esempio, un singolo aereo da caccia emette non meno di 16 tonnellate di CO₂ (20 per quanto riguarda l’F35) per ora di volo e questo senza tenere conto dell’anidride carbonica emessa per costruirlo che è almeno 100 volte superiore. Per avere un paragone pratico bisogna tenere conto che un singolo cittadino, nel corso di un intero anno emette mediamente tra le 7 e le 8 tonnellate di CO2, comprendendo tutti i suoi consumi, elettricità, gas, auto (10 mila chilometri) consumi alimentari e di ogni altro tipo, compresi i viaggi aerei. Uno studio pubblicato su Nature Communications (2025) dimostra chiaramente che l’aumento della spesa militare incrementa l’intensità globale di CO₂ di 0,04 kg per ogni dollaro di aumento della quota militare del Pil. L’Ue lo sa benissimo, ma lo ignora sistematicamente e le emissioni militari sono in gran parte escluse dai Piani nazionali per l’energia e il clima. Ci si aspetta che i cittadini congelino, che guidare diventi più costoso, anzi raro, che gli agricoltori vadano in rovina, ma poi si investono cifre enormi in riarmo. Gli eserciti dell’Ue provocano già una quantità di emissioni pari a quella prodotta da 14 milioni di automobili all’anno, superando, secondo alcune stime, il traffico aereo civile e questo senza tenere conto della produzione di armi. Il Green Deal è stato, fin dall’inizio, un progetto ideologico che sacrifica la prosperità e la sicurezza energetica, eppure la rimilitarizzazione dell’Europa smaschera impietosamente questa ipocrisia.
La pace sarebbe di gran lunga il modo migliore per proteggere il clima. Invece, ci troviamo a dover affrontare i costi della guerra, oltre a quelli dei piani ecologici, mentre le principali cause delle emissioni vengono ignorate. L’analisi della Columbia University dimostra che la guerra “riorganizza” le emissioni, e la politica dell’Ue fa lo stesso con i suoi obiettivi. Chiunque creda ancora che il Green Deal serva al clima e non all’ingegneria sociale, dovrebbe guardare ai dati attuali. La rimilitarizzazione non solo rende la politica ecologica più costosa per tutti, ma la rende impossibile.
fonte: