Secondo ricostruzioni provenienti da ambienti con accesso diretto ai colloqui interni all’amministrazione statunitense, gli emissari di Donald Trump — l’imprenditore Steven Witkoff e Jared Kushner — il 2 dicembre scorso avrebbero presentato al Cremlino una proposta destinata a ridisegnare gli equilibri della guerra e, forse, dell’intero ordine internazionale. Un piano che Vladimir Putin avrebbe definito «timido», ma che a Washington rappresenterebbe una rottura storica rispetto alla linea americana dal 1945 a oggi.
La proposta Usa a Mosca
Il piano prevederebbe:
- La cessione da parte ucraina delle aree del Donetsk ancora controllate da Kiev, circa cinquemila chilometri quadrati abitati da meno di centomila persone.
- Il riconoscimento ufficiale da parte degli Stati Uniti della sovranità russa sulla Crimea e sulla porzione della regione di Zaporizhzhia occupata dalle forze di Mosca, inclusa la centrale nucleare. Un riconoscimento limitato a Washington: né Onu né Unione Europea né altri Paesi occidentali sarebbero chiamati ad adeguarsi. Questo consentirebbe però alle imprese americane di operare nei territori controllati dalla Russia senza violare la legge internazionale degli Stati Uniti.
Si tratterebbe della prima presa d’atto formale da parte degli Stati Uniti di un’acquisizione territoriale ottenuta attraverso un’invasione armata, bombardamenti indiscriminati e deportazioni di civili. Un ribaltamento dei principi posti a fondamento della Carta dell’Onu, che proprio gli Stati Uniti promossero alla fine della Seconda guerra mondiale. Nonostante ciò, il Cremlino ha giudicato l’offerta insufficiente: Yury Ushakov, consigliere di politica estera di Putin, ha lasciato intendere che Mosca chiede di più, in particolare la riduzione dell’esercito ucraino e una stretta limitazione di qualunque garanzia di sicurezza a favore dell’Ucraina.
Il fronte europeo: Meloni, le “concessioni dolorose” e il pressing su Zelensky
Mentre Washington tenta di accelerare il negoziato con Mosca, a Roma è andato in scena un confronto teso tra Giorgia Meloni e Volodymyr Zelensky. Dietro le dichiarazioni ufficiali improntate alla «massima collaborazione», i 90 minuti di colloquio a Palazzo Chigi hanno fatto emergere tensioni sinora in parte sottotraccia. Alla vigilia dell’incontro, Meloni aveva riunito i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto in un vertice ristretto. Da lì sarebbe maturata una linea più netta: «Alcune concessioni dolorose forse sei costretto a farle», avrebbe detto la premier al presidente ucraino. Un messaggio franco, che allinea Roma all’approccio statunitense molto più di quanto non emerga pubblicamente.
Al confronto non ha giovato il diverso ritmo con cui gli alleati intendono muoversi: l’Italia condivide la fretta americana di avviare un accordo, mentre l’Europa continua a procedere con una cautela che rischia di apparire quasi attendista. A questo si aggiunge, negli uffici di Palazzo Chigi, la crescente consapevolezza che Zelensky arrivi all’appuntamento politicamente indebolito dalle inchieste sulla corruzione che sfiorano il suo governo. E poi c’è la posizione stessa dell’esecutivo italiano, che Meloni insiste nel definire “equilibrata”, ma che nei fatti sembra collocare Roma più dentro la cornice strategica tracciata da Washington che dentro quella più prudente elaborata dalle capitali europee, nella convinzione di poter così contribuire a un percorso di pace “giusto e duraturo”.
Il doppio pressing incrociato
Secondo indiscrezioni filtrate da Fratelli d’Italia e raccolte anche dalle opposizioni, Meloni starebbe esercitando su Zelensky una sorta di moral suasion su richiesta della Casa Bianca. L’obiettivo: prepararlo alla possibilità di un compromesso territoriale. Zelensky, dal canto suo, avrebbe chiesto alla premier di ammorbidire le posizioni di Trump, e convincere Washington a non accelerare eccessivamente verso un’intesa percepita come penalizzante per Kiev. Una richiesta che stride con la direzione ormai impressa dagli Stati Uniti, mentre appare sorprendente l’apertura di Zelensky a nuove elezioni presidenziali che è sembrata più una sfida che un gesto distensivo: un ulteriore elemento di incertezza mentre il quadro negoziale si complica.
Al termine dell’incontro, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha illustrato con molta franchezza ciò che Kiev continua ad attendersi dall’Italia e che finora non ha visto realizzato. Ha chiesto un ruolo più deciso nello sblocco degli asset russi congelati in Belgio, una presa di posizione chiara sul programma Purl — ancora sospeso in un limbo burocratico — e una maggiore partecipazione all’acquisto di armi americane destinate all’esercito ucraino, un meccanismo al quale hanno già aderito oltre quindici Paesi dell’Unione. Sybiha ha sollecitato anche l’impiego di una parte dei quindici miliardi del programma europeo Safe per il sostegno militare a Kiev, ricordando che l’Italia è tra i quattro Stati che finora hanno evitato di destinare quei fondi agli aiuti militari. Un quadro che conferma come nel colloquio non tutto sia filato liscio: per la prima volta, da entrambe le parti, sono emerse divergenze espresse in modo esplicito. Il quadro che emerge è quello di un negoziato complesso: Washington tratta con Mosca; l’Italia si muove in scia agli Stati Uniti; Zelensky cerca sponde per evitare concessioni che potrebbero risultare politicamente ingestibili in patria. Nessuno degli attori coinvolti considera chiusa la partita. Ma la combinazione tra la pressione americana, la stanchezza europea e la vulnerabilità crescente di Kiev suggerisce che una fase nuova — e molto delicata — della guerra è già cominciata.
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