Distruzione dei Riti Collettivi, Parole-Poltiglia e Guerra
Nostro il compito, tra gli altri, di ricostruire i segni di un clima culturale di guerra che si distribuisce in manifestazioni e ambiti solo apparentemente lontani e slegati tra loro. Le pulsioni bellicistiche sono il risultato finale di una fibrillazione individualistica lungamente alimentata e costantemente sollecitata nell’occidente collettivo. In questo quadro, la contro-rivoluzione digitale culminata nei social network e nel dominio dell’algoritmo deve essere vista per un verso come apoteosi del neoliberismo, ma anche nei suoi tratti di specializzazione. L’individualismo competitivo si è prolungato nel narcisismo competitivo.
L’individuo-monade è un soggetto di consumo costantemente incoraggiato nell’esercizio della sua attività desiderante. La sua auto-percezione come Impresa di sé stesso è stata a tal punto interiorizzata da spingere l’individuo a mettere spontaneamente a valore l’intero suo tempo, colonizzato dai flussi psuedo-informativi e di pseudo-intrattenimento del capitalismo digitale. Il sovraccarico sensoriale al quale sono ormai esposti anche i bambini, proprio mentre isola e narcisizza precocemente, distrugge il senso. Possono così affermarsi parole-poltiglia che certificano la distruzione del linguaggio che sempre cammina insieme a quella del senso, ed entrambe a fianco di quella dei riti collettivi. Parole-poltiglia nascono, diventano virali e muoiono presto incalzate da altre. Il generale tecno-entusiasmo si modella in una sorta di futurismo neopositivista le cui nuove parole d’ordine sono parole-poltiglia nate sulla disgregazione del significato. Tung Tung Tung Sahur!
Negli anni Ottanta – che pure oggi riconosciamo come momento di consolidamento dell’epoca presente avviata a parer mio dal golpe cileno – la società poteva tuttavia ancora celebrare una parte dei suoi riti fuori dal neoliberismo egemone, nel tempo lento della relazione, anche del gioco per chi ha avuto la fortuna di vivere l’infanzia in quegli anni. Nulla del genere esiste oggi. Il tempo è totalmente occupato e il ripiegamento individualistico-narcisistico ha sradicato ogni possibilità di un “Noi”. Sono i tecno-sudditi ad avervi spontaneamente rinunciato.
Senza più spazio per il pensiero riflessivo, continuamente sollecitato nella sua centralità a-nomica, il tecno-suddito non può che essere fortemente polarizzato, atrofizzato nella sua funzione sociale e nella sua spinta collettiva, tendenzialmente inerte sul piano dell’agire politico, terreno fertile per ogni semplificazione.
Nemmeno la musica apre più spazi all’introspezione, avendo mutuato la stessa assenza dei tempi vuoti, ad ogni costo rifuggiti e immediatamente riempiti. Ovunque il tempo è saturato perché il capitalismo nomade ha ben compreso che l’uomo è temporalità. Occupando questa si possiede quello.A tutti i livelli si moltiplicano gli impresari della distruzione del progetto, annichilito con un mix di sorveglianza, promessa della libertà e lusinghe. La costruzione dell’eterno presente della Tecnica e del Mercato ha svuotato la Storia delle sue tensioni, rafforzando l’individualismo e preparando la narrativa del nemico esterno. L’ideologia dominante, interclassista in tutte le sue principali espressioni, ha completato l’ opera. L’interclassismo neoliberale e tecnocratico nasce sulla distruzione dei riti collettivi. Il tecno-suddito cosmopolita, puro soggetto di consumo, non è unito agli altri da una idea di collettività bensì dalla condivisione degli stessi protocolli della Tecnica e dall’essere a tu per tu con il Mercato. Alla fine, può esserci altro che la guerra?
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