epa12738581 Bangladesh Nationalist Party (BNP) Chairman Tarique Rahman attends a press conference in Dhaka, Bangladesh, 14 February 2026. The Bangladesh Nationalist Party, led by Tarique Rahman, has won a historic majority in the first elections after the 2024 uprising, the Election Commission announced on 13 February. EPA/MONIRUL ALAM
La spinta per destabilizzare del Bangladesh è stata sedata, il regime-change dell’agosto 2024 è rientrato, un altro scacco per la geopolitica americana. Questo l’esito delle elezioni del 12 febbraio, che hanno visto la vittoria a valanga del Partito nazionalista del Bangladesh (BNP) guidato da Tarique Rahman (nella foto).
Incuneato tra la sfera di influenza indiana e quella cinese e con una storia di forte attrito con il Pakistan, dal quale si è separato nel 1971 dopo una guerra di indipendenza, nell’agosto del 2024 il Bangladesh è stato bersaglio dell’ennesimo regime-change made in Usa che ha portato alle dimissioni di Sheikh Hasina Wajid, che lo governava dal 2009.
Un lungo regime, come è stato definito dai media mainstream che danno tale patente solo a governi sgraditi magnificandone altri magari più oppressivi e però graditi. E certo aveva tante delle criticità proprie di tale assetto governativo, dall’autoritarisimo alla corruzione dilagante etc.
Ma fatale le è risultato il suo equilibrismo geopolitico, che ha portato Hasina a preservare i suoi rapporti con l’India, dove è fuggita dopo il regime-change, ma anche ad aprire il suo Paese alla Cina. Ciò iniziava a essere sempre più malvisto in Occidente, malumore incrementato quando Hasina ha manifestato interesse verso i Brics partecipando al vertice del Sudafrica dell’agosto del 2023.
Così gli Stati Uniti si sono rifiutati di riconoscere la sua vittoria elettorale del gennaio 2024, seguiti a ruota da alcuni Paesi Ue. Iniziative tipiche dei regime-change a trazione Usa con codazzo europeo.
Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il rifiuto di cedere agli Usa l’isola di Saint Martin, sulla quale avrebbe dovuto sorgere una base americana, come ha dichiarato Hasina al quotidiano indiano The Print. Se avesse ceduto, ha aggiunto l’ex premier, sarebbe rimasta al potere.
Un’accusa rilanciata dall’ex funzionario del Dipartimento di Stato Usa Mike Benz in un’intervista a Tucker Carlson, nella quale dettagliava come per realizzare il regime-change sia stato usato, al solito, l’USAID, che ha influenzato/finanziato alcune minoranze e sguinzagliato sul campo 170 “attivisti pro-democrazia” e 304 informatori, oltre a “gruppi rap che hanno creato canzoni e video per incoraggiare la gente a scendere in piazza”.

La cosiddetta rivolta della Generazione Z, così le chiamano adesso le rivoluzioni colorate, ha quindi trionfato, come poi ha trionfato in Nepal nel settembre del 2025 dove la stessa Generazione, sempre finanziata dal governo americano, ha abbattuto il governo locale per intronizzare il presidente della Corte Suprema Sushila Karki, eletta con 10mila voti anonimi in una elezione svolta sulla piattaforma Discord, usata in precedenza per gestire le sanguinose rivolte di piazza (vedi Greyzone).

Se accenniamo a quanto avvenuto successivamente in Nepal è solo per evidenziare l’interesse del Dipartimento di Stato americano per destabilizzare l’Asia nel tentativo di minare/influenzare i due colossi asiatici, India e Cina.
Per tornare al Bangladesh, finita l’era Hasina, la piazza e le forze che invece miravano a evitare ulteriore caos hanno chiesto all’economista Muhammad Yunus, figura stimata a livello internazionale per aver creato il microcredito e che non scontentava eccessivamente nessuno, di traghettare il Paese verso nuove elezioni. Cosa che ha fatto senza eccessivi traumi, oltre ad avere il merito di aver allacciato rapporti con il Pakistan superando l’accesa ostilità reciproca.
Ma le elezioni del 12 febbraio scorso rischiavano di innescare ulteriore caos, dal momento che gli Stati Uniti non sono rimasti a guardare. Non una nostra supposizione, ma quanto riferiva il Washington Post, che rivelava come funzionari del Dipartimento di Stato si fossero messi in contatto con il partito islamista Jamaat-e-Islami (tornato in pista dopo essere stato bandito per anni dal Paese) che ha avuto un ruolo cruciale nella rivolta del 2024.

I gringos avevano promesso il loro appoggio profetizzando ai loro interlocutori che “avrebbero ottenuto risultati migliori di quanto avessero mai ottenuto prima” e chiedendogli di collegarsi al National Citizen Party, il partito della Generazione Z. Sempre il Wp riferiva che gli analisti prevedevano “che il Jamaat-e-Islami avrà un’ottima performance”…
Ma qualcosa dovevano aver subodorato anche gli americani perché avevano consigliato ai dirigenti di Jamaat-e-Islami di cercare un governo di unità nazionale col BNP. Un’offerta che Tarique Rahman ha rifiutato contando di poter conseguire la maggioranza assoluta dei seggi, come poi è avvenuto avendone conquistato 209 sui 300 in palio (solo 68 per Jamaat-e-Islami e 6 miserevoli per il partito della Generazione Z).
Con una maggioranza così lasca il Bangladesh sembra aver assorbito le spinte destabilizzanti. Una vittoria della stabilità sul caos che appare favorita dai Paesi limitrofi a cui tale stabilità necessitava per evitare problemi ai propri confini.
Un indizio in tal senso lo fornisce la missiva che il premier indiano Narendra Modi ha inviato a Rahman lo scorso dicembre in occasione del funerale della madre, premier del Bangladesh negli anni ’90 e agli inizi del 2000.
Nella lettera, tra le altre cose, scriveva: “Sono fiducioso che i suoi ideali saranno portati avanti sotto la tua abile guida del Bangladesh Nationalist Party e continueranno a fungere da faro per garantire un nuovo inizio e l’arricchimento della profonda e storica partnership tra India e Bangladesh”. Consegnata a mano dal ministro degli Esteri S. Jaishankar, assume ex post il valore di un’investitura.
Inoltre, prima delle elezioni, il BNP, assicurava a Pechino di non vedere l’ora di “rafforzare la cooperazione con la Cina in materia di commercio, investimenti, infrastrutture e connettività”, con particolare riferimento ai progetti collegati alla Belt and road initiative.
Quanto al Pakistan, il BNP riconosceva il recente “slancio positivo” nelle relazioni tra i due Stati e si dichiarava “pronto a promuovere un rapporto lungimirante con il Pakistan”. E aggiungeva: “Non vediamo l’ora di esplorare percorsi di cooperazione pratica che contribuiscano alla pace regionale, alla stabilità e al progresso condiviso nell’Asia meridionale”.
Nel giorno del suo insediamento, avvenuto il 17 febbraio, Cina, India e Pakistan hanno invitato Rahman a visitare i loro Paesi.
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