Voglio cominciare l’anno non con gli auguri di cui tutti, immagino, abbiamo le tasche piene, né con il vuoto pneumatico di certi discorsi che la televisione italiana ha trasmesso nell’ambito della Tv dell’accesso, senza però una selezione accurata dei candidati. No, voglio iniziare, facendo seguito al post di ieri, con una notizia, anzi con una riflessione sulla reale situazione che stiamo vivendo. Abbiamo un mondo che fa, che agisce che produce e un mondo, il nostro, che vive nella fantasia, negli slogan e nell’illusionismo e nell’eterogenesi dei fini che il capitalismo terminale genera per salvare se stesso. Da quando poi alla Casa Bianca è ritornato Donald Trump che ha una spiccata vocazione all’affabulazione, sostenuta da un ego incontenibile, questa differenza ha raggiunto il diapason dando l’impressione che ci siano enormi progetti in cantiere e che gli Usa abbiano in serbo grandi cose per frenare i Brics e i loro protagonisti più dinamici.
Per esempio nella corsa all’Artico, colmo di risorse, ma anche parte della via della seta cinese, gli Usa sono in grande ritardo, ma proprio ai primi di gennaio dell’anno scorso la Casa Bianca ha lanciato il progetto di costruire una flotta di rompighiaccio, per contrastare l’influenza russa. Pochi mesi dopo ha detto di aver ordinato 48 di queste navi e a questo fine si sarebbero tenuti incontri con la Finlandia dove questa flotta dovrebbe essere costruita: a tal fine sono stati stanziati 8,6 miliardi di dollari. Disgraziatamente la Finlandia ha acceso solo al Baltico e non ai mari artici, quindi non ha alcuna esperienza nella costruzione di tali vascelli e in più ha una cantieristica votata alle imbarcazioni da diporto, quindi non può costruire nessun rompighiaccio e se è per quello, nemmeno i traghetti, tutti costruiti in Italia e della cui manutenzione si occupano i cantieri svedesi. Solo la Russia possiede una tecnologia matura per questo tipo di navi. La scelta della Finlandia per questo progetto ne svela la totale inconsistenza.
Analogamente nella tarda primavera dell’anno scorso Trump lanciò l’idea di un Golden Dome, un sistema di difesa aerea simile all’Iron Dome di Israele, ma più avanzato. Ora a parte che il sistema antiaereo di Tel Aviv ha lascito passare intatti molti missili iraniani, dimostrando la propri mediocrità, gli Usa hanno una superficie quattrocento volte maggiore rispetto a Israele e dunque una simile difesa è improponibile su un territorio così vasto. Ciononostante è stata stanziata una somma di 20 miliardi dollari per la realizzazione di questo “non progetto”, una cifra poco più che simbolica rispetto a quella che sarebbe necessaria, anche ammesso che entro qualche anno sia possibile sviluppare un sistema mai preso in considerazione dall’industria bellica statunitense, i cui tempi di progettazione sono particolarmente lunghi. In ogni caso questa balzana idea serve a cancellare dall’immaginario la scarsa efficacia dei celebrati sistemi antiaerei degli Usa che possono poco o nulla contro i missili ipersonici.
Ma non basta perché poco tempo fa The Donald ha lanciato l’idea della costruzione di una serie di corazzate “classe Trump” che dovrebbero essere equipaggiate con missili ipersonici laser e cannoni elettromagnetici. Peccato che gli Usa non dispongano ancora di missili ipersonici e la realizzazione del primo modello è un calvario di insuccessi; che non abbiano ancora sviluppato armi a energia diretta, nemmeno quelle piccole che i russi usano in funzione anti drone e infine che abbiano da tempo abbandonato le ricerche sul cannone elettromagnetico, risultato troppo complicato da gestire, troppo energivoro, che richiede una sostituzione di materiali dopo lo sparo di pochi colpi e con una lentissima cedenza di tiro. Inoltre la grande velocità iniziale del proiettile può essere un vantaggio su distanze relativamente brevi, tipiche delle armi anticarro, ma sulle lunghe distanze in mare potrebbe perdere di efficacia. La Cina ha infatti realizzato un simile cannone, ma non lo ha in linea, rimane sperimentale anche se rappresenta un passo decisamente in avanti rispetto a ciò che si sa delle delle realizzazioni americane.
Ma c’è un fatto oggettivo e sostanziale che ci ricollega alla fantasia delle navi rompighiaccio: la cantieristica statunitense rappresenta ormai lo 0,2 per cento di quella mondiale, laddove Cina, Giappone e Corea del Sud, ne rappresentano il 90%, ovviamente con la parte del leone fatta da Pechino che detiene oltre il 60% delle costruzioni navali. Addirittura gli Usa hanno non poche difficoltà nella manutenzione di portaerei e sommergibili che rimangono mesi se non addirittura anni nei cantieri.
Così tutti questi piani rimangono semplici narrazioni, senza alcuna concretezza e servono a soddisfare il narcisismo dell’amministrazione americana, ma, paradossalmente rivelano qual è la situazione reale, una volta scrostata la vernice di questi vaneggiamenti. Viviamo insomma immersi in una maleodorante aria fritta. In ogni caso Trump più che aspirare al Nobel per la pace, dovrebbe invece concorrere agli Hugo Awards, il più noto dei premi per la letteratura di fantascienza. Soprattutto quando ha lettori così attenti come i burattini europei che concordano sul delirio e dicono tutti insieme appassionatamente che la realtà è disinformazione.
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